La luce di Mastrovito sulla torre di Gesù: l’arte (e il tifo) come appartenenza
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Redazione Esteri
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Barcellona, come un raggio che finalmente colpisce la vetta più alta dopo un secolo di attese. L’Agnus Dei che l’artista bergamasco Andrea Mastrovito ha progettato per la Torre di Gesù Cristo, quella che proprio oggi raggiunge i fatidici 172,5 metri laureandosi come la chiesa più alta del mondo, è stato inaugurato e benedetto da Papa Leone XIV al termine di una celebrazione che segna un doppio anniversario: il centenario della morte di Antoni Gaudí e il completamento – se così si può definire la pausa di un cantiere eterno – dell’ultima torre.
E non è un dettaglio che il pontefice abbia scelto proprio questa data per recarsi nella capitale catalana.
L’opera di Mastrovito, un agnello realizzato in vetro, metallo dorato e luce, non è però una scultura statica. Lontano dalla retorica pesante del marmo, l’artista ha concepito una sorta di “candela elettronica” pulsante, una luce che ricorda ai fedeli e ai turisti la presenza di quel simbolo evangelico.
La lana dell’animale, e qui sta la cifra stilistica del genio poco ortodosso, non è candida: è composta da migliaia di frammenti di vetro e ceramica rotti, quelli che Mastrovito definisce “trencadís della luce”. È un evidente omaggio alla tecnica decorativa di Gaudí, ma è anche una metafora potente. La luce ascende al cielo, certo (simbolo del ritorno del Cristo al Padre), ma porta con sé le cicatrici, le ferite e le crepe del mondo contemporaneo.
Come dichiarato dallo stesso artista, quella rottura rappresenta “le sofferenze che miliardi di persone vivono”, incastonate in un corpo di luce.
L’intellettuale della Nord
Se la Sagrada Família rappresenta il vertice del sacro e della sperimentazione architettonica – una giacca di persona ricca, tirata da tutte le parti perché fa comodo, secondo una felice definizione di Mastrovito – l’altra anima dell’artista vive molto più a nord, nel grigiore spesso umido di Bergamo. Lì, quello che i critici chiamano “Giotto dalla Nord”, trasforma la sua creatività in un’arma di appartenenza totale.
La sua storia personale è un pendolo che oscilla tra l’astrazione concettuale di New York (dove ha vissuto per anni e dove ha realizzato, tra le altre cose, il film d’animazione “NYsferatu” con 30mila tavole) e la fisicità viscerale della Curva Pisani dello stadio Atleti Azzurri d’Italia.
Non si tratta di folklore: Mastrovito ha sposato l’estetica della tifoseria organizzata rendendola arte sociale. Celebre è la coreografia del 2013, “Millenovecentosessantatre”, in cui la Nord intera si trasformò in un’installazione gigante per celebrare la Coppa Italia vinta cinquant’anni prima. Ma il suo gesto più audace, che mescola sacro e profano senza soluzione di continuità, lo si trova in un luogo inaspettato: l’ospedale San Giovanni XXIII di Bergamo. Qui, in una chiesa dedicata, Mastrovito ha dipinto un Cristo in croce.
Il volto del Redentore, però, è quello di Claudio Galimberti, storico capo ultrà conosciuto come il “Bocia”. Che l’opera sia una dichiarazione di amicizia o una riflessione sulla sofferenza umana (vista quella che è la passione ultrà, fatta di divieti di soggiorno e Daspo), il messaggio è chiaro: per Mastrovito, la fede non può prescindere dall’umanità più autentica e contraddittoria.
Mastrovito, che non usa quasi mai la tela ma predilige la carta, i ritagli e la distruzione come atto creativo (il famoso “creare buchi con la stessa matita che ti ha dato la vita”), ha dichiarato più volte di sentirsi cristiano e cattolico. Tuttavia, specifica, la sua arte non è didascalica. L’attenzione è sempre sull’uomo, sulla “sottile linea tra la vita e la morte”. È questa umanità ferita che lega la perfezione geometrica degli iperboloidi della Sagrada Família all’odore di birra e fumo della Curva Nord.
In entrambi i casi, che si tratti di un agnello di vetro alto cento metri o di uno striscione spiegato da migliaia di braccia, l’artista cerca di documentare non i fatti, ma “l’essenza” del tempo presente. In fondo, lo confessa senza retorica, l’artista ha lo stesso compito del prete: non una professione che si fa per otto ore, ma un modo totale di vivere nel mondo.




