Il secolo di Gaudí: l’Agnello sul trono di Barcellona e l’eredità di un genio senza scarpe

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Barcellona, 7 giugno 1926, poco dopo le sei del pomeriggio: un uomo dall’aspetto trasandato, i pantaloni tenuti su da spille da balia e la barba incolta, viene investito dal tram numero 30 mentre attraversa la Gran Via de les Corts Catalanes. Trasportato al pronto soccorso, riesce a dire soltanto un nome che l’infermiere di turno annota in fretta come “Antònia Samdi”, un errore grossolano che condannerà il ferito – un anziano senza documenti – all’anonimato del reparto per poveri della Santa Croce.

Nessuno, in quel frangente, poteva immaginare che quel barbone fosse Antoni Gaudí, l’architetto che aveva dedicato quarant’anni della propria vita a erigere una cattedrale visionaria destinata a diventare la “Bibbia in pietra” della Catalogna; morirà tre giorni dopo, il 10 giugno, senza sapere che la sua opera più grande, la Sagrada Familia, l’avrebbe sopravvissuto per un intero secolo.

Esattamente cent’anni dopo, a chiudere quel cerchio spezzato, arriva Papa Leone XIV.

Il pontefice, che ha scelto come tema del suo viaggio apostolico in Spagna – in programma dal 6 al 12 giugno – le parole “Alzad la mirada” (“Alzate lo sguardo”), sarà il protagonista della cerimonia di inaugurazione della Torre di Gesù Cristo, l’ultima e la più alta delle diciotto guglie del complesso.

I riflettori sono puntati su un dettaglio che fonde insieme profezia e liturgia: proprio alla sommità della croce, a 172 metri e mezzo di altezza (che fanno della basilica l’edificio religioso più alto del mondo), verrà collocata una statua dell’Agnello di Dio. La scultura, realizzata dall’artista italiano Andrea Mastrovito, risponde a una volontà precisa del maestro catalano, che nelle sue note aveva lasciato scritto che quell’elemento doveva essere eseguito “da un artista del futuro”.

Non una semplice decorazione, dunque, ma un atto di fiducia gettato attraverso i decenni.

L’incidente, la borsa vuota e l’oblio temporaneo

La narrazione della morte di Gaudí, consegnata agli archivi giudiziari e alle cronache ospedaliere del 1926, restituisce l’immagine di un genio che aveva smarrito la propria identità sociale agli occhi del mondo. La guardia civile che fermò un’auto per trasportarlo al pronto soccorso lo scambiò per un clochard, e lo stesso medico che lo visitò – un certo dottor Ferrer – diagnosticò inizialmente un decesso ormai inevitabile senza riconoscere le fattezze dell’architetto.

Si trattava di un uomo che, negli ultimi anni di vita, aveva indossato abiti logori e rifiutato ogni comfort pur di dedicarsi anima e corpo alla costruzione del tempio espiatorio della Sacra Famiglia; eppure, quel corpo martoriato dalla routine del cantiere venne sepolto proprio nella cripta della chiesa che stava edificando, una sorta di risarcimento tardivo da parte di una città che solo più tardi ne avrebbe compreso l’immenso valore artistico.

Le mani dell’agnello e le geometrie della fede

L’opera che Mastrovito ha realizzato per coronare la torre – un Agnello avvolto da un’iscrizione che recita “Tu solus Sanctus, Tu solus Dominus, Tu solus Altissimus” – non è nata in un vuoto artistico, ma si inserisce in quel linguaggio “cifrato” che Gaudí amava definire come il modo in cui Dio comunica con l’umanità attraverso la materia.

A osservare bene, la scelta di porre un agnello (e non un semplice simbolo geometrico) sotto la croce riassume la tensione spirituale che per secoli ha animato il gotico e il modernismo catalano: l’architetto, come un orafo del Sacro, modellava le curve e i pieni con l’intenzione dichiarata di ascendere verso il Cielo, di trasformare i mattoni in preghiera.

Ecco perché il rettore della Sagrada Familia ha spiegato che l’arrivo del pontefice rappresenta un invito per tutti a “alzare gli occhi”, una sorta di lezione universale che prescinde dalla nazionalità o dal credo di chi varca la soglia.

L’inaugurazione di questa torre, tuttavia, chiude un capitolo ma non l’intero libro: la Sagrada Familia, sebbene abbia raggiunto la sua massima altezza, dovrà ancora attendere per vedere completati alcuni dettagli ornamentali e gli accessi previsti dal progetto originario. Ciò che conta, per i fedeli e per gli appassionati di architettura, è che la volontà testamentaria di Gaudí sia stata rispettata.

Leone XIV, che durante questa visita affronterà anche temi scottanti come la crisi migratoria alle Canarie e gli abusi clericali, si trova così a benedire non solo una chiesa, ma la realizzazione postuma di un sogno che lo stesso architetto non poté mai vedere compiuto. E chissà che, nel silenzio della cripta, le ossa del “Dio Architetto” – così come veniva chiamato dai suoi assistenti – non vibrino finalmente a ritmo di quella gloria che aveva intuito solo con la fede e la matita.

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