L’architetto di Dio e quel silenzio nella polvere di Barcellona
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Redazione Esteri
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Bastano pochi secondi, quelli che intercorrono tra un passo stanco e l’urto contro il ferro del tram numero 30, per cancellare un genio dalla storia. Correva il 7 giugno 1926 quando Antoni Gaudí, l’architetto che aveva trasformato la pietra in una preghiera verticale, veniva investito mentre attraversava la Gran Via de les Corts Catalanes. L’uomo, che aveva dedicato la sua vita a scolpire la Bibbia in guglie e facciate, fu subito scambiato per un barbone: barba incolta, abiti logori tenuti insieme da spille da balia, nessun documento.
Portato al pronto soccorso, l’infermiere di turno annotò sul registro un nome assurdo, “Antònia Samdi”, senza nemmeno curarsi di chiedere altro. Il moribondo, ridotto a un numero di matricola (il 1121), venne trasferito all’ospedale dei poveri, la Santa Croce, dove spirò tre giorni più tardi senza che nessuno, nella folla indifferente, capisse chi fosse veramente quell’anziano dallo sguardo ancora perso verso il cielo.
Il cantiere della fede e la profezia dell’agnello
A distanza di un secolo esatto – e la coincidenza temporale non è sfuggita ai più attenti osservatori – la Basilica della Sagrada Familia si appresta a scrivere l’ultimo capitolo di quella che fu la sua ossessione. Il prossimo 10 giugno, nel corso del viaggio apostolico di Papa Leone XIV in Spagna, verrà finalmente inaugurata la Torre di Gesù Cristo, la più alta dell’intero complesso. Quel pinnacolo, che svetta per 172 metri come una lancia conficcata nel tessuto urbano di Barcellona, porterà con sé un dettaglio che sa di leggenda.
Gaudí, che per mestiere modellava la materia come se parlasse, aveva lasciato una consegna precisa: subito sotto la croce, a protezione della città, doveva esserci un Agnello di Dio. “La scultura”, aveva scritto tra i fogli dei suoi appunti, “dovrà essere realizzata da un artista del futuro”. E quel futuro, incredibilmente, ha il volto di un italiano.
È Andrea Mastrovito, bergamasco, cinquantenne, a firmare l’opera che dominerà Barcellona. Mentre le gerarchie vaticane si preparano alla cerimonia solenne – una celebrazione che chiude un cerchio aperto dalla tragica fatalità del tram – Mastrovito racconta di aver cercato l’essenza del sacrificio nel vetro soffiato di Murano.
La sua creatura, un agnello sospeso in una raggiera d’oro, è stata letteralmente partorita dal sangue: l’artista ammette di essersi ferito le mani “spaccando decine di vecchi bicchieri” per ottenere le migliaia di frammenti che compongono la superficie luminosa della bestia. “L’agnello rappresenta il punto d’incontro tra l’uomo e Dio”, ha dichiarato, ma il particolare che più colpisce non è l’altezza vertiginosa, bensì lo sguardo.
La statua volge il capo verso il basso, quasi a ricordare che la salvezza – nonostante i 172 metri di ascesa verticale – deve sempre tornare a posarsi sull’umanità dolente.
La madrepatria del Buddha che scolpì il mistero trinitario
Se Gaudí trovò la morte nella miseria di un letto d’ospedale per poveri, la sua eredità ha saputo attraversare i continenti per trovare interpreti insospettabili. Mentre il mondo guarda al giapponese Etsuro Sotoo, che da quasi mezzo secolo (esattamente dal 1978) vive nel cantiere come un monaco benedettino della pietra, non si può ignorare il paradosso poetico che avvolge la costruzione. Sotoo arrivò a Barcellona spinto da una vocazione laica: “Sentivo una chiamata dalla pietra”, racconta, “mi rubava l’anima”.
Ma fu scalpellando le foglie e i frutti della facciata della Natività che il maestro giapponese incontrò Dio. Non c’è conversione più silenziosa di quella di un uomo che, per capire come fosse fatta una vite o un grappolo, si ritrova a studiare i Vangeli.
Il suo percorso è la dimostrazione pratica che la Sagrada Familia non è un edificio in costruzione, ma un meccanismo spirituale in funzione. Sotoo, che ha completato il coro dei bambini sulla facciata senza disegni originali (dovette inventarli, affidandosi alla logica della fede e dei multipli di tre), rivela una comprensione dell’opera che forse neppure gli architetti catalani contemporanei possiedono.
“L’originalità consiste nel tornare all’origine”, diceva Gaudí, e Sotoo ha applicato questo principio con una rigidità commovente: quando, anni dopo aver finito le statue, ritrovò le foto originali dei modelli che aveva sostituito, scoprì che il numero da lui intuito era esattamente quello voluto dal maestro. In un mondo dominato dall’intelligenza artificiale e dalla progettazione digitale, ecco che l’errore felice di un artigiano di Kyoto si rivela più preciso di qualsiasi calcolo ingegneristico.
La resurrezione della materia oltre il centenario
La cronaca di quei giorni di giugno, quando Papa Leone XIV metterà piede sul sagrato per benedire la guglia completata, rischia di oscurare un fatto di cronaca nera che il tempo ha trasformato in agiografia. La morte di Gaudí fu violenta, ma anche grottescamente ordinaria: un pensionato investito da un tram, nessuno che lo riconoscesse. I preti dell’ospedale dei poveri amministrarono l’estrema unzione a un corpo che loro stessi non sapevano essere quello di un venerabile.
Fu solo quando i tentativi di salvataggio fallirono, e la salma stava per essere seppellita in una fossa comune, che un vecchio della città riconobbe nei lineamenti devastati il “matta” che da anni non usciva più dal suo laboratorio. Oggi, quell’uomo senza documenti riposa nella cripta della basilica, e il cantiere che non vide finito è stato portato a termine da mani italiane e giapponesi. Come a suggerire che, forse, la cattiva notizia è servita solo a rendere più universale il messaggio.




