Volkswagen, il piano di Blume per la “nuova normalità” tra tagli produttivi e alleanze strategiche
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
Non si tratta più di una frenata congiunturale, bensì di un vero e proprio ridisegno dei confini operativi. Il Gruppo Volkswagen, messo alle strette da una morsa che stringe da più fronti – dazi statunitensi, concorrenza asiatica sempre più aggressiva e un mercato europeo che non accenna a riprendere i ritmi pre-pandemia – si prepara a una drastica cura dimagrante. Il CEO Oliver Blume, in un’intervista rilasciata a Manager Magazin, ha ufficializzato quella che lui stesso definisce la “nuova normalità”: un piano industriale che abbandona la rincorsa ai volumi record per abbracciare una logica di efficienza e redditività, anche a costo di tagliare un altro milione di veicoli dalla capacità produttiva globale entro il 2028. La strategia, che prevede di scendere stabilmente a quota 9 milioni di unità annue (contro gli oltre 12 milioni del 2019), rappresenta l’ammissione che lo scenario competitivo attuale ha reso obsolete le vecchie pianificazioni.
Una dieta forzata per i volumi e per la gamma
La riduzione non sarà indolore né si limiterà ai soli numeri. Oltre al taglio già annunciato per la Cina, dove le vendite sono crollate del 15% solo nel primo trimestre del 2026, l’intervento più pesante riguarderà l’Europa, con un milione di auto in meno prodotte principalmente dai marchi Volkswagen e Audi. Ma c’è un altro aspetto, forse meno evidente al grande pubblico ma altrettanto cruciale per i conti di Wolfsburg: la drastica semplificazione dell’offerta. Il gruppo, che attualmente propone circa 150 modelli sui mercati globali, intende scendere al di sotto delle 100 varianti. Una mossa, questa, studiata per abbattere i costi di sviluppo e la complessità logistica, concentrando le risorse sulle piattaforme e sugli allestimenti davvero richiesti dalla clientela. L’obiettivo dichiarato, come ribadito dallo stesso Blume, è quello di abbassare il punto di pareggio per rendere il colosso più resiliente anche in caso di nuove tempeste geopolitiche.
Fabbriche sottoutilizzate e il nodo occupazionale
Le conseguenze di questa inversione di rotta si fanno sentire in maniera palpabile sugli stabilimenti. Impianti strategici come quelli di Emden e Zwickau, dedicati alla produzione di veicoli elettrici, operano ben al di sotto della loro capacità massima, trasformandosi da asset a passivi nei bilanci. Blume è stato chiaro: “Le capacità in eccesso hanno un costo molto elevato” e mantenere fabbriche semivuote è insostenibile nel lungo termine. Per questo, sul tavolo non c’è solo la riduzione dei turni, ma anche la ricerca di soluzioni alternative per i siti a rischio. Il caso dell’impianto di Osnabrück è emblematico: qui Volkswagen ha già annunciato l’uscita di scena, aprendo alla possibilità di cedere lo stabilimento a imprese del settore della difesa. Sul fronte dei lavoratori, il conto è pesante: sono già 50.000 i posti di lavoro a rischio entro il 2030, con circa 35.000 tagli previsti solo in Germania, una riduzione che il manager difende come necessaria per compensare gli alti costi energetici e del lavoro locali.
Nuove alleanze e la scommessa americana
A fronte delle difficoltà, Volkswagen guarda anche al di fuori dei propri confini tradizionali per tamponare le falle. Negli Stati Uniti, dove le consegne sono crollate del 20,5% a causa dei dazi, il gruppo sta adottando un approccio diverso per il rilancio del marchio Scout, dedicato ai pick-up e SUV elettrici. Invece di procedere in solitaria, Blume ha lasciato intendere che una partnership strategica per il nuovo stabilimento in South Carolina potrebbe essere la chiave per minimizzare i rischi finanziari, condividendo gli investimenti con altri attori o addirittura valutando una futura quotazione in borsa del brand. Un’apertura, quest’ultima, che suona quasi come un’inversione di tendenza rispetto al passato centralista del gruppo. E mentre in Europa si taglia, dalla Cina arriva un’altra lezione: i modelli sviluppati localmente, grazie ai costi competitivi e alla tecnologia delle batterie, potrebbero essere esportati nei mercati emergenti del Sud del mondo, trasformando Pechino da minaccia a hub di esportazione per il “Global South”.




