Il prezzo del petrolio vola sopra i 100 dollari mentre l’Iran esaurisce i silos per il greggio

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La morsa si stringe intorno all’economia iraniana, e l’onda d’urto, come prevedibile, si abbatte sui mercati energetici globali. Il West Texas Intermediate, giunto ormai al suo settimo rally consecutivo, ha oltrepassato quota 100 dollari al barile, seguito a ruota dal Brent del Mare del Nord che ha toccato picchi vicini ai 112 dollari. A determinare questa impennata, che molti analisti definiscono strutturale piuttosto che congiunturale, è la combinazione di due fattori di peso: il blocco navale imposto dalla marina statunitense nel Golfo di Oman, una sorta di cappa che impedisce alle petroliere di caricare il carico, e la conseguente chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz, il passaggio chiave attraverso cui viaggia abitualmente un quinto del petrolio mondiale.

L’effetto imbuto e il collasso logistico di Teheran

Il dato più allarmante, però, arriva dai report della società di analisi Kpler, secondo cui la capacità di stoccaggio iraniana – che sulla carta si attesa tra gli 80 e i 95 milioni di barili – sarebbe in via di esaurimento totale. L’Istituto, che monitora i flussi via mare anche attraverso immagini satellitari, sostiene che i depositi residui potranno assorbire la produzione solo per un lasso di tempo compreso tra i dodici e i ventidue giorni. L’effetto combinato è micidiale: il Paese, pur di non fermare del tutto l’estrazione, continua a riversare greggio in serbatoi ormai prossimi al collasso, mentre le esportazioni crollano.

Negli ultimi giorni di marzo, prima dell’inasprimento delle ostilità, Teheran riusciva comunque a spedire circa 1,85 milioni di barili al giorno. Oggi, quella stessa voce si è ridotta a un rivolo: secondo le ultime rilevazioni, si parla di appena 567.000 barili giornalieri. Un calo verticale, reso ancora più evidente dal fatto che il conflitto e i controlli militari hanno di fatto bloccato il traffico delle petroliere. L’effetto “imbuto” che ne deriva è una paradossale abbondanza di materia prima: il petrolio c’è, ma non ci sono né i compratori disposti a violare le sanzioni, né le navi, né le rotte sicure per trasportarlo.

Le rotte alternative, l’azoto liquido e il treno per Pechino

In questa situazione di stallo, le autorità di Teheran stanno cercando di giocare le carte rimaste nel proprio mazzo logistico. Una mossa – per certi versi disperata, per altri geniale – prevede l’utilizzo di vagoni ferroviari per trasferire il greggio in eccesso verso la Cina. La linea, che collega alcuni hub meridionali come Ahvaz e Asaluyeh alle reti centroasiatiche fino a raggiungere le città cinesi di Yiwu e Xi’an, è tecnicamente percorribile, ma la sua efficienza è drammaticamente inferiore rispetto al trasporto marittimo in termini di volumi e costi operativi. Parallelamente, proseguono le operazioni di stoccaggio “mordi e fuggi”: serbatoi dismessi da anni, contenitori temporanei in prossimità dei pozzi e persino alcune superpetroliere ancorate in mare aperto, trasformate in silos galleggianti pur di guadagnare tempo.

La guerra dei prezzi e il paradosso dell’Opec

Sul fronte della produzione, il meccanismo del mercato sembra essersi rotto. La guerra ha infatti forzato una riduzione colossale dell’offerta, con l’Opec che ha registrato a marzo il crollo produttivo più grave degli ultimi decenni, una contrazione di oltre il 25% in un solo mese. I paesi vicini all’Iran, travolti dalla chiusura di Hormuz, hanno subito contraccolpi pesantissimi: l’Iraq ha visto la sua estrazione ridursi di quasi 2,8 milioni di barili al giorno, mentre l’Arabia Saudita ha perso oltre 2 milioni di barili dalla sua produzione giornaliera.

Proprio in questo contesto di strozzatura, gli Emirati Arabi Uniti hanno fatto sapere di voler abbandonare l’alleanza Opec+ a partire dal primo maggio, una decisione che – nelle intenzioni – avrebbe dovuto gettare sul piatto della bilancia una maggiore indipendenza energetica. E invece, nemmeno questa scelta eclatante è riuscita a calmare i prezzi. Il mercato, insomma, sembra scontare il fatto che, senza una riapertura dello Stretto di Hormuz, qualsiasi altra variabile diventa irrilevante.

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