G7, riunione d'emergenza per il petrolio: verso lo sblocco delle riserve strategiche

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La corsa del petrolio, innescata dall'escalation militare in Medio Oriente e aggravata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, ha costretto i ministri delle Finanze del G7 a convocare una riunione straordinaria nella mattinata di oggi, lunedì 9 marzo. L'ipotesi al vaglio, come rivelato dal Financial Times e confermato da fonti diplomatiche, è quella di un rilascio coordinato e senza precedenti delle riserve strategiche di greggio, una mossa che i sette grandi (Italia, Francia, Germania, Stati Uniti, Canada, Giappone e Regno Unito) valutano per tentare di arginare un'impennata che ha portato il Brent, il greggio del Mare del Nord, a sfondare quota 107 dollari al barile in mattinata, dopo aver toccato punte di 120 dollari, un livello che non si registrava dal 2022. L'incontro, che si terrà in videoconferenza, rappresenta un tentativo disperato di mettere un freno a una speculazione che viaggia di pari passo con il conflitto, e si preannuncia come un banco di prova cruciale per la tenuta economica dell'alleanza occidentale.

Una mossa da centinaia di milioni di barili per arginare il caro-greggio

Il meccanismo che si intende attivare, e che verrebbe coordinato con l'Agenzia Internazionale per l'Energia (AIE), prevede l'immissione sul mercato di una quantità massiccia di greggio, stimata tra i 300 e i 400 milioni di barili complessivi, una cifra che rappresenterebbe circa il 25-30% delle riserve totali a disposizione dei Paesi membri. Non si tratta di una decisione presa a cuor leggero, visto che in passato uno strumento simile è stato azionato solamente in cinque occasioni: due volte in seguito all'invasione russa dell'Ucraina, durante la prima guerra del Golfo, dopo l'uragano Katrina e in conseguenza del blocco produttivo in Libia. La sola indiscrezione stampa, diffusa nella tarda serata di ieri, ha comunque prodotto un effetto immediato, seppur limitato, sui mercati: il prezzo del greggio, pur rimanendo abbondantemente sopra i 100 dollari, ha infatti leggermente ritracciato dai picchi massimi toccati durante la notte, quando il panico aveva preso il sopravvento.

Lo Stretto di Hormuz e i tagli alla produzione nel Golfo

All'origine della turbolenza, che ha visto il prezzo del gas seguire la medesima traiettoria rialzista, vi è una combinazione esplosiva di fattori geopolitici. Il decimo giorno di guerra in Medio Oriente, con gli attacchi tra Israele, Stati Uniti e l'Iran, ha portato alla chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz, un collo di bottiglia vitale attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale e una quota significativa del gas naturale liquefatto. A questo si aggiunge la decisione unilaterale di alcuni dei principali produttori dell'area: dopo l'Iraq, che ha visto la sua produzione crollare da 4,3 a circa 1,7 milioni di barili al giorno, anche il Kuwait e gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato una drastica riduzione dell'estrazione, saturi gli stoccaggi e impossibilitati a esportare via mare. Il quadro, già di per sé critico, si è ulteriormente complicato con la nomina, annunciata dalla televisione di Stato, di Mojtaba Khamenei, figlio del defunto ayatollah Ali Khamenei, a nuova Guida Suprema dell'Iran, una successione che lascia presagire una linea di dura continuità nel conflitto e che rende lo scenario di una rapida distensione quanto mai aleatorio.

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