Il petrolio torna sopra i 100 dollari, Iran chiude Hormuz e Usa autorizzano l'acquisto di greggio russo

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La nuova Guida Suprema dell'Iran, Mojtaba Khamenei, ha rotto il silenzio con un messaggio che non lascia spazio a interpretazioni: lo Stretto di Hormuz, quel collo di bottiglia attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, resterà chiuso. E lo ha definito, nella sua prima uscita pubblica dopo l'elezione, uno "strumento per fare pressione sul nemico", riferendosi chiaramente a Stati Uniti e Israele, le cui basi in Medio Oriente - ha aggiunto - dovrebbero essere chiuse perché "saranno attaccate". Una presa di posizione che arriva mentre i raid contro Tel Aviv, i Paesi del Golfo e le installazioni americane nella regione proseguono senza sosta, e che ha immediatamente conseguenze sui mercati globali, con il greggio che ha nuovamente varcato la soglia psicologica dei cento dollari al barile.

Di fronte a questo scenario, l'amministrazione del presidente Donald Trump ha optato per una mossa che solo poche settimane fa sarebbe apparsa impensabile: rimuovere temporaneamente le sanzioni sul petrolio russo. Il provvedimento, firmato dal Dipartimento del Tesoro, autorizza la vendita, la consegna e lo scarico del greggio e dei prodotti petroliferi di origine russa che erano già stati caricati sulle navi entro la mezzanotte del 12 marzo. Una licenza della durata di trenta giorni, valida fino all'11 aprile, che di fatto permette di immettere sul mercato le ingenti quantità di greggio rimaste bloccate in mare, aggirando le restrizioni imposte dopo l'invasione dell'Ucraina. Il segretario al Tesoro, Scott Bessent, ha tenuto a precisare che si tratta di una misura "di breve termine e di portata limitata", studiata per "promuovere la stabilità nei mercati energetici globali" nel pieno della guerra in Iran e che, secondo le stime dell'amministrazione, non dovrebbe tradursi in un "beneficio finanziario significativo" per il governo di Mosca, dal momento che la maggior parte delle entrate per il Cremlino proviene dalle tasse applicate nella fase di estrazione e non dalla vendita del greggio già in viaggio.

La decisione di Washington, che arriva all'indomani del più grande rilascio di riserve strategiche della storia da parte dell'Agenzia Internazionale per l'Energia (quattrocento milioni di barili, di cui centosettantadue messi a disposizione dagli Stati Uniti), è la fotografia nitida di un'emergenza energetica che non accenna a placarsi. Nonostante gli sforzi coordinati dei paesi industrializzati, i prezzi restano alti: il Brent viaggia stabilmente sopra i cento dollari, il Wti si avvicina a quella soglia, e le Borse asiatiche, con il Nikkei in calo dell'1,1% e l'Hang Seng dello 0,7%, continuano a chiudere in rosso. Il dollaro si rafforza, l'euro scivola a 1,15 e lo yen tocca quota 159,43, mentre i rendimenti dei titoli di Stato americani a dieci anni salgono al 4,27%, segnale di una tensione che dagli scali petroliferi si è trasferita ai mercati finanziari, erodendo la fiducia degli investitori.

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