Petrolio, l’Europa e la prova di resistenza: quanto possono durare le riserve strategiche?
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Redazione Economia
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Il tema, se vogliamo chiamarlo così, è stato posto con una chiarezza che non ammette fraintendimenti dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, nel suo intervento al Parlamento di Strasburgo: finché l’Europa importerà una quota significativa di combustibili fossili da regioni instabili – e il Medio Oriente, oggi, è tutto tranne che stabile – la vulnerabilità resterà un dato strutturale, non un’eventualità. Le perturbazioni nello Stretto di Hormuz, con il blocco e gli attacchi agli impianti, si sono tradotte in pochi giorni in un balzo dei prezzi del gas del 50% e di quelli del petrolio del 27%, una mazzata da tre miliardi di euro in più per i contribuenti europei in soli dieci giorni di conflitto. È in questo quadro che l’Agenzia Internazionale dell’Energia (Aie) ha fatto ciò per cui era stata creata nel lontano 1974, all’indomani dello choc petrolifero: ha messo sul tavolo l’opzione di un rilascio coordinato e massiccio delle scorte strategiche, una mossa che i ministri dell’Energia del G7 e i governi dei paesi membri stanno ora traducendo in numeri e impegni concreti.
La macchina delle riserve e i numeri sul piatto
Il meccanismo di difesa, in realtà, è ben oliato. I 32 membri dell’Aie detengono riserve pubbliche per circa 1,2 miliardi di barili, a cui si aggiungono altri 600 milioni di barili di scorte industriali, quelle detenute per obbligo di legge dalle compagnie private. L’attuale proposta, che circola con insistenza da giorni, parla di un rilascio senza precedenti: si valutano 400 milioni di barili, una cifra che più che raddoppierebbe il precedente record di 182 milioni di barili messo in campo all’inizio della guerra in Ucraina. La Germania, per bocca della ministra Katherina Reiche, ha già fatto sapere che farà la sua parte, contribuendo con la quota di competenza, mentre il Giappone, con la prima ministra Sanae Takaichi, ha annunciato che inizierà a liberare proprie riserve già dal 16 marzo, senza attendere i tempi tecnici della burocrazia internazionale.
L’Italia, in questo dispositivo, ha un suo peso specifico. Secondo i dati della Commissione europea aggiornati al maggio 2025, il nostro paese detiene 2,7 milioni di tonnellate di riserve strategiche di petrolio, una cifra che, convertita in barili (considerando che una tonnellata equivale a circa 6,8 barili), si aggira intorno ai 18,36 milioni di barili. Una goccia, se rapportata ai consumi nazionali, ma un tassello fondamentale in un’ottica di coordinamento sovranazionale. La partita, del resto, non si gioca solo sulle quantità assolute, ma sulla capacità di inviare un segnale forte al mercato, raffreddando quelle aspettative speculative che, come ha avvertito il vicepresidente della Bce, Luis de Guindos, rischiano di amplificare lo shock energetico e di tradursi in un impatto ancor più intenso sull’attività economica reale.
La volatilità dei mercati e lo spettro dell’inflazione
De Guindos, parlando a Madrid, è stato esplicito: la volatilità dei mercati finanziari non è un semplice epifenomeno, ma un moltiplicatore di rischio. In un contesto in cui i prezzi del petrolio hanno guadagnato quasi il 50% da inizio anno, la Banca centrale europea si trova a dover analizzare scenari multipli in vista della riunione del 19 marzo, consapevole che l’incertezza rende le previsioni un esercizio particolarmente complesso. Se l’aumento dei prezzi dell’energia dovesse trasferirsi integralmente sui prezzi al consumo, il rischio è di rivivere la dinamica del 2021-2022, quando la Bce fu tra le ultime a reagire e dovette poi correre ai ripari con un ritmo di rialzi dei tassi senza precedenti.
A Bruxelles, intanto, la linea è duplice. Da un lato, la Commissione cerca di rassicurare: gli stock di petrolio per l’emergenza sono pieni e non si vedono problemi immediati per la sicurezza degli approvvigionamenti a breve termine. Dall’altro, conferma di essere pronta a prendere tutte le misure necessarie in coordinamento con l’Aie, tenendo conto delle specificità regionali. Von der Leyen, nel suo discorso, ha provato a tracciare un perimetro: ha ricordato che le fonti prodotte in Europa – rinnovabili e nucleare – hanno prezzi stabili, a differenza dei fossili importati, e ha bollato come un “errore strategico” l’ipotesi, riemersa in alcuni ambienti politici italiani, di tornare ai combustibili fossili russi.
La capienza degli stoccaggi e il nodo della dipendenza
Se per il petrolio il tema è il rilascio coordinato delle scorte, per il gas la partita è diversa, ma altrettanto delicata. La scorsa primavera, la commissione Industria del Parlamento Ue ha dato il primo via libera alla proroga fino al 2027 dell’obbligo di riempimento degli stoccaggi, introducendo però margini di flessibilità: il target di riempimento è stato abbassato all’83% rispetto al precedente 90%, e la data per raggiungerlo è stata posticipata al primo dicembre, con la possibilità di deroghe in caso di condizioni di mercato particolarmente sfavorevoli. Una flessibilità che testimonia quanto sia cambiato lo scenario energetico rispetto ai primi mesi del conflitto ucraino, ma che non elimina il nodo di fondo: la dipendenza da fornitori esterni.
Il problema, per l’Europa, non è solo la quantità di greggio o gas disponibile nei depositi, ma la sua provenienza. Le riserve strategiche sono un cuscinetto, uno strumento per gestire l’emergenza e guadagnare tempo, ma non una soluzione strutturale. I numeri parlano chiaro: i paesi dell’Unione detengono complessivamente 43,5 milioni di tonnellate di riserve strategiche di petrolio, con la Germania in testa (12,6 milioni), seguita dalla Francia (5,1 milioni) e dall’Italia. Riserve che, in uno scenario estremo di interruzione totale delle forniture, permetterebbero di coprire il fabbisogno per alcune settimane, forse un paio di mesi. Il punto, però, è che il conflitto in Iran e le sue ripercussioni sullo stretto di Hormuz non sono uno scenario da manuale: sono la realtà con cui i governi e le banche centrali stanno facendo i conti in queste ore, cercando di evitare che lo shock energetico si trasformi in una recessione generalizzata.




