Parigi pronta a sbloccare le riserve strategiche di petrolio, ma il G7 frena: "Non ancora"

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il ministro dell’Economia e delle Finanze francese, Roland Lescure, ha rotto gli indugi dichiarando la disponibilità del suo paese a immettere sul mercato le scorte strategiche di idrocarburi, una mossa che Parigi considera ormai imminente e necessaria per arginare la turbolenza dei prezzi. L’annuncio, arrivato al termine della riunione straordinaria dei ministri finanziari del G7 — convocata per via telematica dalla presidenza francese — ha subito trovato una sponda politica nella posizione assunta dall’amministrazione Trump, con il presidente americano che, pur mantenendo un tono volutamente vago, ha ribadito di avere “un piano per tutto” riguardo alla gestione del caro-greggio. Tuttavia, se l’ipotesi di un ricorso coordinato alle riserve sembrava ormai l’unica strada percorribile per calmierare le quotazioni, balzate oltre la soglia psicologica dei 120 dollari al barile per poi attestarsi poco sopra i 100, la realtà del confronto tra i Sette Grandi rivela uno scenario ben più complesso e articolato.

Uno stallo decisionale che preoccupa i mercati

Nonostante la retorica della mobilitazione, la riunione dei ministri non ha prodotto un’intesa operativa sul rilascio congiunto delle scorte, una misura estrema che richiederebbe il coordinamento dell’Agenzia Internazionale dell’Energia e che, nei fatti, non è stata ancora formalizzata. Lo stesso Lescure, pur ribadendo la necessità di studiare “tutte le misure possibili”, ha dovuto ammettere che il gruppo “non è ancora arrivato a quel punto”, lasciando intendere come la posizione francese — più assertiva e incline all’intervento immediato — non abbia trovato una convergenza piena tra tutti i membri. La prudenza del G7 si scontra con l’urgenza dettata dalla crisi in Medio Oriente, dove la chiusura de facto dello Stretto di Hormuz — attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale e del Gnl — ha già costretto paesi come Iraq, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti a ridurre la produzione, mentre il Fondo Monetario Internazionale, per bocca della sua direttrice Kristalina Georgieva, invita i policy maker a prepararsi anche allo “impensabile” di fronte al protrarsi delle ostilità.

L’appello italiano e lo spettro della stagflazione

In questo quadro di incertezza, l’Italia ha scelto di alzare la voce. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, intervenendo nel corso della discussione all’Eurogruppo, ha lanciato un appello chiaro e diretto all’Unione Europea affinché valuti l’adozione di misure straordinarie sull’energia, sulla scia di quelle varate nel 2022 all’indomani dell’attacco russo contro l’Ucraina. Per Giorgetti, il nodo cruciale è la tempistica: bisogna “agire subito stoppando i prezzi dell’energia”, prima che i rincari si propaghino a tutti i beni di consumo replicando la dinamica inflazionistica di quattro anni fa. Un monito, il suo, che riecheggia le preoccupazioni espresse dalle stesse istituzioni europee circa il rischio di uno “choc inflazionistico importante” e di un ritorno alla stagflazione qualora il conflitto mediorientale dovesse prolungarsi, vanificando gli sforzi di recupero compiuti dal Vecchio Continente.

La partita diplomatica sullo Stretto di Hormuz

Mentre i ministri delle Finanze tentano di governare l’emergenza economica, la crisi diplomatica legata alla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz assume contorni sempre più intricati. Da una parte, il presidente russo Vladimir Putin si dice aperto a collaborare con l’Unione Europea per stabilizzare il mercato, un’apertura che molti interpretano come un tentativo di Mosca di riposizionarsi come fornitore energetico “affidabile” in un momento di estrema tensione. Dall’altra, l’Iran ha subordinato la riapertura dello stretto a una condizione politica inaccettabile per l’Occidente: il transito sarà garantito senza limitazioni solo a quei paesi — arabi o europei — che espelleranno gli ambasciatori di Stati Uniti e Israele dal proprio territorio. Una proposta, quella di Teheran, che suona come una provocazione diretta a Donald Trump, il quale da Miami ha replicato con toni minacciosi assicurando che non permetterà a “un regime terroristico di tenere in ostaggio il mondo” e che lo Stretto “resterà sicuro” anche a costo di intervenire militarmente per dragare le mine e scortare le petroliere.

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