Borse europee in rosso, petrolio oltre i cento dollari: il G7 studia il rilascio delle riserve strategiche
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
La tensione in Medio Oriente, con gli attacchi reciproci tra Stati Uniti e Israele da una parte e l’Iran dall’altra, continua a dettare l’andamento dei mercati finanziari globali, e le conseguenze si misurano ormai non solo in termini geopolitici ma anche, e soprattutto, sul fronte dell’energia e dell’inflazione. Il prezzo del greggio, dopo aver sfiorato quota centoventi dollari al barile nei giorni scorsi, si mantiene su livelli elevatissimi, con i future sul Brent che viaggiano stabilmente sopra i novanta dollari e quelli sul Wti che superano la soglia degli ottantacinque; una corsa che ha riaperto il dibattito, e soprattutto le trattative, all'interno del G7 sull'ipotesi di un intervento coordinato per immettere sul mercato ingenti quantità di petrolio dalle riserve strategiche. L'Agenzia internazionale per l’energia, dal canto suo, avrebbe già avanzato la proposta per lo svincolo più consistente mai realizzato nella storia, una mossa che i ministri dell’Energia del G7 hanno dichiarato di essere pronti a valutare con attenzione, sottolineando in una nota la necessità di adottare «tutte le misure necessarie» per far fronte a una situazione che rischia di diventare insostenibile per le economie occidentali.
Il rincaro dell’oro nero, che viaggia ai massimi dall'inizio del conflitto in Ucraina, è la diretta conseguenza del blocco di fatto dello Stretto di Hormuz, quel passaggio fondamentale attraverso cui transita circa un quinto della produzione globale e che le azioni di rappresaglia iraniana hanno reso impraticabile, interrompendo le spedizioni da paesi chiave come Arabia Saudita, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti. Le borse del Vecchio continente, in questo clima di forte incertezza, hanno aperto la seduta in ribasso: Francoforte ha ceduto terreno, così come Londra e Parigi, mentre Milano ha mostrato qualche debole segnale di recupero solo in chiusura, sebbene il panorama generale resti segnato dalla volatilità e dalla preoccupazione degli investitori. Piazza Affari, del resto, sconta il peso di un listino ricco di titoli energivori e fortemente esposti al caro-materie prime, con società come Leonardo e Fincantieri che risentono delle tensioni belliche in modo opposto rispetto a banche come Mps o Mediobanca, il cui andamento è più legato allo spread e alle attese di politica monetaria.
L’allarme delle banche d’affari e il rischio di una crisi prolungata
Gli analisti di Barclays hanno lanciato un avvertimento chiaro: se l’attuale scenario di conflitto dovesse protrarsi ancora per qualche settimana, il prezzo del Brent potrebbe facilmente raggiungere i centoventi dollari al barile, con picchi anche superiori nell'ipotesi di un inasprimento delle ostilità o di danni permanenti alle infrastrutture estrattive della regione. La previsione, che inizialmente poteva apparire come uno scenario limite, sta rapidamente diventando il caso base per molti operatori, i quali osservano con crescente apprensione la difficoltà di ripristinare i flussi normali attraverso lo Stretto di Hormuz e la determinazione mostrata da Teheran nel colpire obiettivi energetici nei paesi vicini, un’escalation che complica ulteriormente qualsiasi tentativo di de-escalation. A peggiorare il quadro, c'è la constatazione che l’offerta globale di greggio, già messa a dura prova dai tagli alla produzione decisi nei mesi precedenti, non dispone di un significativo margine di riserva per compensare rapidamente un deficit prolungato, il che rende ogni giorno di blocco una potenziale miccia per nuovi rialzi dei prezzi.
L’impatto sull’economia reale e le ripercussioni sull’inflazione
L’effetto domino di questa crisi energetica non si ferma certo alle quotazioni dei future, ma si trasferisce direttamente sulle tasche dei cittadini e sui bilanci delle imprese, minacciando di vanificare i progressi faticosamente ottenuti nella lotta all’inflazione. Negli Stati Uniti, dove il presidente Trump ha rivendicato il successo delle operazioni militari dichiarando che «la guerra è molto completa», il prezzo medio della benzina ha subito un’impennata superiore al sedici per cento nel giro di una settimana, toccando picchi superiori ai cinque dollari al gallone in stati come la California; un rincaro che rischia di pesare in modo significativo sui consumi delle famiglie e sulla logistica delle aziende. La Federal Reserve, che proprio nei giorni scorsi monitorava con cautela il raffreddamento dell’inflazione, si trova ora di fronte a un nuovo fattore di pressione al rialzo dei prezzi, un elemento che potrebbe indurre la banca centrale a mantenere un atteggiamento prudente sui tagli dei tassi, con conseguenze negative per la crescita economica.
Il decreto Infrastrutture e la partita del Ponte sullo Stretto
In Italia, nel frattempo, il dibattito politico incrocia i temi economici con le consuete complessità amministrative, e torna all'attenzione del Consiglio dei ministri il decreto Infrastrutture, dopo le modifiche richieste dalla Ragioneria Generale dello Stato per blindare i conti pubblici. Il provvedimento, che aveva già ricevuto un primo via libera a febbraio, è stato corretto per tenere conto dei rilievi della Corte dei Conti in merito ai cronoprogrammi del Ponte sullo Stretto, un'opera dal costo complessivo di 13,5 miliardi di euro per la quale l'ad della società Stretto di Messina ha escluso la possibilità di extracosti, parlando piuttosto di una rimodulazione degli importi annuali legata allo slittamento dei tempi. L'iter del collegamento, una delle opere più discusse e attese del paese, prosegue dunque tra le forche caudine dei vincoli di finanza pubblica e la volontà politica di avviare i cantieri, ma la cronaca di queste ore è inevitabilmente dominata dagli scenari internazionali, dalla paura di una recessione importata via petrolio e dalla volatilità che continua a scuotere i listini di mezza Europa.




