La guerra nel Golfo e il nodo delle riserve strategiche di petrolio

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La telefonata intercorsa tra il primo ministro britannico Keir Starmer, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha messo nero su bianco la crescente preoccupazione delle cancellerie europee per la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, quel sottile braccio di mare che rappresenta una vera e propria valvola per l'intero sistema economico mondiale. L'Italia, pur condividendo l'analisi sulla «vitale importanza» del transito delle navi commerciali, avrebbe manifestato più di una cautela rispetto all'ipotesi di una missione di scorta armata, un'opzione che da più parti viene considerata prematura se non, addirittura, controproducente. Fonti vicine all'esecutivo avrebbero sottolineato il rischio concreto che un intervento di questo tipo possa trasformare i mercantili in bersagli ancora più ambiti per i pasdaran, in un'area dove l'escalation verbale, va detto, è ormai accompagnata da fatti militari ben precisi.

Le incognite di un meccanismo difensivo vecchio di cinquant'anni

L'eventualità di un blocco prolungato delle spedizioni, che già oggi interessa un quarto della produzione mondiale di greggio, ha riportato d'attualità uno strumento concepito in un'epoca lontana, gli anni Settanta, quando venne creata l'International Energy Agency dell'Ocse. Le riserve strategiche, quelle scorte d'emergenza accumulate per far fronte a crisi improvvise, rischiano di rivelarsi un meccanismo arcaico, poco adattabile a mercati che della finanziarizzazione hanno fatto la loro cifra distintiva. Il G7, come emerso da un vertice virtuale dei ministri delle Finanze, starebbe valutando il rilascio coordinato di una parte di queste scorte, ipotizzando di immettere sul mercato fino a 400 milioni di barili. Una mossa che, a un'analisi appena più approfondita, appare però niente più che un palliativo: una tale quantità basterebbe a tamponare appena venti giorni di blocco effettivo delle forniture, un lasso di tempo che non farebbe che rinviare il problema senza risolverlo alla radice.

La posizione dell'Europa e il monito di von der Leyen su una dipendenza strutturale

Sul fronte europeo, la consapevolezza di una debolezza congenita è emersa con chiarezza dalle parole della presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, che ha ricordato come l'Unione non sia né un produttore di petrolio né di gas, vincolata com'è a importazioni costose e volatili. È uno svantaggio strutturale che ci si porta appresso da decenni, aggravato dalla chiusura del rubinetto russo e da una conseguente corsa all'approvvigionamento di Gnl che oggi ci espone in maniera direttissima a ogni scossone mediorientale. L'Italia, nelle more di una discussione che si preannuncia lunga e complessa, ha chiesto a Bruxelles misure straordinarie per evitare che l'impennata dei prezzi dell'energia si trasferisca come un'onda d'urto su quelli dei beni di consumo, proteggendo famiglie e imprese da una stangata che altrimenti sarebbe inevitabile.

La riduzione della produzione da parte dei paesi del Golfo e le conseguenze sui mercati

Parallelamente alle incertezze occidentali, i paesi del Golfo hanno già cominciato a muoversi in ordine sparso, sebbene con una direzione comune: ridurre la produzione giornaliera. L'Arabia Saudita, secondo quanto riportato da Bloomberg, starebbe valutando un taglio fino a 2,5 milioni di barili al giorno, mentre Emirati Arabi Uniti e Kuwait seguirebbero a ruota con riduzioni significative. L'Iraq, dal canto suo, si trova nella condizione paradossale di dover cercare rotte alternative per le proprie esportazioni, lui che dipende per il novanta per cento del bilancio statale proprio dai proventi petroliferi, bloccato com'è tra la chiusura dello Stretto di Hormuz e la sospensione del transito attraverso l'Iraqi-Turkish pipeline nel Kurdistan. In questo clima di incertezza, le dichiarazioni del presidente americano Donald Trump, che ha preannunciato una prossima fine del conflitto, hanno sortito un effetto calmierante sui listini, riportando il gas sotto i cinquanta euro al Megawattora e il greggio a novanta dollari al barile, ma resta la sensazione che si tratti di una tregua effimera, legata più alla volatilità dei mercati che a una reale stabilizzazione dell'area.

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