Esplosione all'ambasciata Usa a Oslo, la polizia norvegese indaga per terrorismo: caccia ai responsabili

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Un boato ha squarciato il silenzio della notte nel quartiere occidentale di Oslo, dove intorno all’una di domenica 8 marzo un ordigno è esploso davanti all’ingresso dell’ambasciata degli Stati Uniti. La detonazione, stando a quanto ricostruito dagli inquirenti nelle concitate ore successive al fatto, ha provocato danni materiali circoscritti — qualche crepa sulla spessa porta in vetro dell’area consolare e frammenti sparsi sulla neve — ma nessuna conseguenza per le persone, dato che in quel momento la zona, seppur centrale, era deserta. La polizia di Oslo, come confermato dal capo dell’unità congiunta per le indagini Frode Larsen nel corso di un briefing alla stampa, ha immediatamente avviato una caccia all’uomo per rintracciare quello che viene definito “uno o più potenziali autori”, impiegando unità cinofile, droni e persino un elicottero per setacciare la capitale scandinava.

L’ipotesi terroristica e il nodo del movente

Gli investigatori, pur mantenendo un cauto riserbo dettato dalla fase ancora embrionale delle indagini, non hanno escluso la pista più grave, quella di un attacco a matrice terroristica. Larsen stesso, intervistato dall’emittente pubblica NRK, ha dichiarato che tra le varie ipotesi al vaglio c’è quella di un atto terroristico, pur precisando — con una formula che lascia intendere la necessità di valutare ogni angolazione — che non ci si sta concentrando esclusivamente su questa possibilità. La cautela degli inquirenti, i quali hanno passato al setaccio la scena del crimine per recuperare frammenti dell’ordigno e analizzare i sistemi di videosorveglianza della zona, si scontra con la gravità oggettiva di un attentato dinamitardo contro una sede diplomatica in un paese, la Norvegia, che tradizionalmente non vive situazioni di tensione paragonabili ad altri teatri europei.

Il contesto internazionale e le reazioni del governo norvegese

L’esplosione arriva in un momento di massima allerta per le missioni diplomatiche statunitensi sparse per il globo, un livello di attenzione che era stato elevato già nelle settimane precedenti a causa dell’offensiva militare americano-israeliana in corso contro l’Iran, come documentato da varie agenzie di stampa internazionali. Ciononostante, il comandante della polizia Michael Dellemyr ha tenuto a sottolineare come sia oggettivamente “troppo presto” per tracciare un collegamento diretto e inequivocabile con il conflitto in Medio Oriente, un nesso che apparirebbe suggestivo ma che al momento, secondo gli inquirenti, poggia su basi probatorie ancora troppo fragili per essere considerato certo. Il ministro degli Esteri norvegese Espen Barth Eide ha definito l’accaduto una “condotta inaccettabile”, comunicando di aver già contattato il chargé d’affaires dell’ambasciata statunitense, Eric Meyer, per esprimere la vicinanza del governo e garantire che la sicurezza delle rappresentanze diplomatiche è considerata una priorità assoluta, un concetto ribadito anche dalla ministra della Giustizia Astri Aas-Hansen.

La caccia agli autori e il livello di allerta

Le forze dell’ordine, coordinate anche con i servizi di sicurezza interni (PST), hanno istituito un perimetro di sicurezza attorno all’ambasciata, invitando la popolazione a evitare l’area e facendo sapere, diverse ore dopo l’esplosione, che la situazione era tornata sotto controllo e non sussistevano pericoli immediati per i residenti. Il portavoce del PST Martin Bernsen, interpellato sull’eventualità di un innalzamento del livello di minaccia, ha confermato che per il momento resta fermo al livello tre su una scala di cinque, una soglia invariata dal novembre del 2024, ma ha evitato di commentare l’esistenza o meno di precedenti avvertimenti specifici contro obiettivi statunitensi in territorio norvegese. Le ricerche dei sospettati, condotte con ogni mezzo tecnologico a disposizione, proseguono senza sosta, in un clima di comprensibile apprensione che ha portato all’adozione di misure di sicurezza rafforzate non solo attorno alla sede americana ma anche presso altre rappresentanze diplomatiche sensibili nella capitale.

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