Il governo impugna la legge sarda sul suicidio assistito

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il Consiglio dei ministri ha deciso di ricorrere davanti alla Corte costituzionale contro la legge approvata dal Consiglio regionale sardo, la numero 26 del 18 settembre 2025, che definisce le procedure per il suicidio medicalmente assistito nell'isola. Una mossa, questa, che si inserisce nel solco della sentenza della Consulta del 2019, la quale aveva aperto la possibilità, seppur sotto condizioni rigorose, a tale pratica. L’esecutivo, nel motivare la propria scelta, ha sostenuto con decisione che la norma regionale “nella sua interezza esula in via assoluta dalle competenze regionali”, poiché eccederebbe dalle competenze statutarie attribuite alla Sardegna. Secondo Palazzo Chigi, la legge andrebbe a ledere, in modo piuttosto netto, le competenze esclusive dello Stato in materie delicate come l'ordinamento civile e penale, senza tralasciare la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni che concernono i diritti civili e sociali dei cittadini; una violazione, dunque, che investirebbe pienamente l'articolo 117, secondo e terzo comma, della Carta fondamentale.

Le reazioni politiche all'impugnativa

L’annuncio dell’impugnatura ha immediatamente scatenato un aspro dibattito, riaccendendo uno scontro politico che covava sotto la cenere. Da un lato, le forze di opposizione e alcuni esponenti dell’area progressista hanno parlato, senza mezzi termini, di un “accanimento ingiustificato” da parte del governo centrale. Il consigliere regionale oristanese di Sinistra Futura, ad esempio, ha espresso forte critica verso la decisione del Cdm, interpretandola come un ostacolo posto a una legge che, a suo dire, risponde a un vuoto legislativo nazionale sul fine vita. Costoro difendono la norma sarda, considerandola una risposta concreta e necessaria, sebbene circoscritta al territorio regionale, a un’esigenza di chiarezza legislativa che il Parlamento non è ancora riuscito a colmare.

Il fronte del sostegno all'atto governativo

Dall’altro versante, invece, l’impugnativa è stata accolta con favore da alcune associazioni e da parte del centrodestra, che vedono nella legge regionale una forzatura oltre i limiti costituzionali. Pro Vita & Famiglia onlus, per citarne una, è intervenuta con toni durissimi, schierandosi senza esitazione a sostegno della scelta governativa. La posizione di questi soggetti è chiara: la materia, per la sua delicatezza e per le implicazioni che comporta, non può essere frammentata in venti legislazioni diverse, ma deve trovare una disciplina unitaria a livello statale, la quale eviti, tra l’altro, il sorgere di disparità di trattamento tra i cittadini a seconda del luogo di residenza.

Il nodo centrale della competenza legislativa

Al cuore della controversia, al di là delle posizioni ideologiche, rimane una questione squisitamente giuridica: il riparto di competenze tra Stato e Regioni in una materia tanto sensibile. Il governo contesta alla Sardegna di aver invaso la sfera riservata allo Stato, in particolare per quanto attiene alla definizione dei reati e dei principi civili, che sono di esclusiva pertinenza nazionale. La Regione, dal canto suo, aveva calibrato il proprio intervento nell’ambito della tutela della salute, competenza che la Costituzione attribuisce alle autonomie locali, cercando di dare attuazione pratica a quanto stabilito dalla Corte costituzionale, la quale aveva depenalizzato, in specifiche condizioni, la condotta di chi facilita il suicidio assistito.

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