Il governo impugna la legge sarda sul suicidio assistito, scoppia il caso
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Redazione Interno
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Il Consiglio dei ministri ha deciso di portare il confronto, ormai divenuto scontro, sulla delicatissima questione del fine vita dinanzi alla Corte costituzionale, impugnando la norma varata dal Consiglio regionale sardo lo scorso settembre, la quale intendeva disciplinare le procedure per il suicidio medicalmente assistito. Una mossa, quella del governo, che si fonda su un presupposto di legittimità ben preciso, ritenendo che la legge regionale “nella sua interezza esuli in via assoluta dalle competenze regionali”, finendo per ledere, secondo l’esecutivo, le competenze esclusive dello Stato in materie come l’ordinamento civile e penale e la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni che attengono ai diritti civili e sociali. La violazione, si legge nelle motivazioni, riguarderebbe in particolare l’articolo 117 della Costituzione, un caposaldo nel riparto di competenze legislative tra Stato e Regioni, che in questo caso specifico tocca da vicino la complessa tutela della salute.
La reazione politica e le accuse di "accanimento"
La decisione romana non ha tardato a sollevare un vespaio di polemiche, trovando una feroce opposizione nel Partito Democratico sardo. Quest’ultimo, attraverso una nota a firma di Silvio Lai, ha definito l’impugnatura un “atto grave”, che travalicherebbe il semplice conflitto istituzionale per assumere i contorni di una disputa di principio. Una posizione che, seppur netta, non è rimasta isolata, trovando eco in voci del mondo politico regionale come quella del consigliere oristanese Canu, di Sinistra Futura, il quale non ha usato mezzi termini per parlare di un “accanimento ingiustificato” da parte del governo centrale.
Uno scontro che va oltre la politica
Quello che si è aperto, infatti, è un fronte ampio e variegato, dove la politica istituzionale si intreccia con le battaglie civili e le posizioni etiche. Da un lato, associazioni come Pro Vita & Famiglia onlus sono intervenute con durezza, schierandosi a sostegno dell’azione del governo; dall’altro, le opposizioni di centrodestra, insieme a esponenti del cosiddetto campo largo e alle principali realtà nazionali che si battono per i diritti sul fine vita, hanno visto nell’impugnatura un passo indietro, un ostacolo posto a una legge che considerano una doverosa risposta a un vuoto legislativo che perdura da tempo, nonostante la sentenza della Consulta del 2019 avesse tracciato una strada.
Il cuore giuridico della disputa
Al di là delle reazioni e delle strumentalizzazioni, il nodo centrale rimane di natura giuridica e investe il riparto delle competenze. Lo Stato, sostenendo la propria prerogativa esclusiva in materie come il diritto penale e i livelli essenziali delle prestazioni, ritiene che la Regione Sardegna abbia ecceduto i propri poteri, invadendo un campo che non le appartiene. La Regione, dal canto suo, insieme a chi la sostiene, difende la norma come un legittimo esercizio delle proprie competenze in materia di tutela della salute, un ambito a legislazione concorrente dove, in assenza di una legge quadro nazionale, si è tentato di colmare una lacuna per dare applicazione concreta a quanto stabilito dalla Corte costituzionale, la quale aveva riconosciuto, in determinate e rigorose condizioni, il diritto a non soffrire oltre misura.




