L’agguato al parco Schuster e la ferita di una coppia dell’Anpi: “È stato un gesto terrorista”
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Redazione Interno
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Il pomeriggio di quella che doveva essere – e per migliaia di persone era – una festa popolare, densa di musica e memoria, si è trasformato in un teatro di tensione e violenza. Nei pressi del parco Schuster, a ridosso della basilica di San Paolo fuori le mura, un uomo dal volto nascosto da un casco integrale e il Corpo avvolto in una tuta mimetica ha estratto una pistola ad aria compressa esplodendo tre colpi. Il bersaglio non era casuale, come spesso accade in questi agguati di bassa intensità ma alto valore simbolico: due iscritti all’Anpi, lui e lei, che al collo portavano ancora il fazzoletto tricolore dell’associazione, simbolo visibile della loro appartenenza alla Resistenza. L’attacco è avvenuto al termine del corteo del 25 aprile, quando la coppia si stava dirigendo verso la metropolitana per tornare a casa, spostandosi in quella che credeva essere la quiete post-manifestazione.
L’arma soft-air, il movente squadrista e le indagini della Digos
Secondo le prime ricostruzioni investigative, l’aggressore sarebbe giunto sul luogo a bordo di uno scooter di colore chiaro, fermandosi a pochi metri dalle vittime per poi fare fuoco. La polizia scientifica ha rinvenuto a terra alcuni pallini bianchi, compatibili con l’utilizzo di una pistola soft-air o ad aria compressa; un dettaglio tecnico, quest’ultimo, che ha evitato conseguenze ben più gravi. Sebbene le lesioni riportate non destino preoccupazione – la donna è stata colpita alla spalla destra, mentre l’uomo riporta escoriazioni al collo e a una mano – la procura di Roma non esclude l’ipotesi di lesioni aggravate, e il fascicolo potrebbe finire sul tavolo dei magistrati che si occupano di terrorismo o sovversione. La presidente dell’Anpi Roma, Marina Pierlorenzi, non ha avuto dubbi nel definire l’episodio: “Non esito a chiamarlo atto squadrista”. Un’affermazione pesante, che sposta immediatamente il fatto dalla cronaca comune a quella della violenza politica organizzata.
“Prendete il fascista che ha sparato”: la rabbia delle vittime e la condanna del governo
Rossana Gabrieli, 62 anni, psicologa di Aprilia e militante di Sinistra italiana, è una delle due persone finite nel mirino. Ancora sotto choc e con un vistoso cerotto sulla spalla, ha lanciato un appello diretto e senza filtri: “Sono fascisti, devono essere presi subito”. La sua testimonianza restituisce l’immagine di un uomo giovane, dai movimenti rapidi, che indossava un giubbotto verde militare e che ha puntato l’arma contro di loro senza esitazione. Non c’era equivoco, nella sua ricostruzione: l’aggressore sapeva cosa stava facendo. A livello politico, la condanna è arrivata immediata e trasversale. Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha parlato di un “episodio inquietante” impegnandosi a fare piena luce. Dal canto suo, il comitato provinciale dell’Anpi ha parlato apertamente di “gesto terrorista”, sottolineando come l’aggressione non abbia colpito solo due individui, ma l’intero patrimonio della memoria partigiana e, con essa, la Repubblica nata dalla guerra di liberazione.
Il clima politico e la strategia dell’intimidazione simbolica
Non è possibile, analizzando i fatti, ignorare il contesto di tensione che ha avvolto le celebrazioni del 25 aprile 2026. A Roma, il gesto del “cecchino solitario” con il casco non è avvenuto nel vuoto. Nelle ore precedenti, erano già comparse in diversi quadranti della città (nello specifico nei municipi della zona sud) scritte offensive che offendevano la Resistenza, un presagio preoccupante della cappa che stava calando sulla piazza. Questo attacco, sebbene condotto con un’arma da soft-air quindi tecnicamente non letale, rappresenta un’escalation dal punto di vista psicologico. I colpi esplosi a via Ostiense sono un messaggio implicito rivolto a chiunque indossi quel fazzoletto: il dissenso si trasforma in caccia all’uomo. Il fatto che l’aggressore sia ancora in fuga, nonostante le numerose telecamere di sorveglianza della zona (incluse quelle della basilica e degli esercizi commerciali), lascia aperti più scenari, che vanno dall’atto impulsivo di un singolo alla premeditazione di un’azione dimostrativa.
Due, insomma, le facce della stessa medaglia. Da un lato la volontà di non lasciarsi intimidire, un sentimento che l’Anpi ha ribadito con forza paragonando la propria determinazione a quella dei partigiani durante i rastrellamenti. Dall’altro, la consapevolezza amara che un’arma possa essere puntata contro dei civili inermi soltanto per l’idea che rappresentano. Mentre gli investigatori della Digos setacciano i frame delle videocamere cercando di risalire alla targa dello scooter bianco, la Festa della Liberazione ha incassato un colpo basso, dimostrando che certe ferite ideologiche, a distanza di decenni, sono ancora capaci di sanguinare.




