Il paradosso dell’Alzheimer: innovazione frenata dal Ssn e la riscoperta della prevenzione “quotidiana”
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Redazione Salute
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Mentre al Congresso Nazionale dell’Associazione Italiana di Psicogeriatria, in corso al Padova Congress, si discute del delicato equilibrio tra innovazione scientifica e sostenibilità, il sistema sanitario italiano si trova a fare i conti con una realtà contraddittoria. Da un lato, infatti, la ricerca apre nuove prospettive terapeutiche e diagnostiche capaci di modificare il decorso di una patologia che colpisce oltre 600mila persone nel Paese -2; dall’altro, l’impalcatura organizzativa – dai Centri per i Disturbi Cognitivi e le Demenze (Cdcd) alle reti territoriali – mostra crepe profonde, rese ancora più evidenti dalla recente battuta d’arresto sui farmaci antiCorpo monoclonale.
Il nodo più spinoso rimane quello dell’accesso alle cure. Il caso dei due anticorpi monoclonali anti-Alzheimer, Lequembi (Eisai-Biogen) e Kisunla (Lilly), ne è l’emblema. Dopo l’approvazione da parte dell’Agenzia Europea del Farmaco (Ema), che ne ha riconosciuto l’efficacia nel rimuovere le placche di beta-amiloide nelle fasi iniziali della malattia, la Commissione scientifica ed economica (Cse) dell’Aifa ha espresso un orientamento negativo alla rimborsabilità in regime di Servizio sanitario nazionale. Un parere che, sebbene non sia definitivo – l’agenzia regolatoria ha precisato che eventuali “decisioni negative intermedie della Commissione potranno essere oggetto di successiva rivalutazione” – ha gettato nello sconcerto le associazioni di pazienti e le stesse aziende produttrici, che hanno sottolineato come l’Italia rischi di rimanere indietro rispetto ad altri grandi Paesi. Al di là del braccio di ferro regolatorio, la questione solleva un interrogativo strutturale: il Servizio sanitario nazionale, così com’è oggi configurato, è in grado di gestire la complessità di queste nuove terapie?
A giudicare dai dati emersi dalle indagini più recenti, la risposta tende al pessimismo. L’Osservatorio Demenze dell’Istituto Superiore di Sanità ha infatti fotografato un Paese spaccato in due, dove al Sud e nelle Isole si registra una disponibilità di strutture assistenziali – Rsa e Centri Diurni – quasi quattro volte inferiore rispetto al Nord. Ma il dato più preoccupante riguarda i percorsi diagnostico-terapeutici: si stima che ben il 75% delle persone affette da demenza non rientri in alcun Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale (Pdta). Ne conseguono attese lunghissime per una prima visita (oltre tre mesi in un quarto dei Cdcd) e una presa in carico frammentata, elementi che entrano in conflitto con la necessità di selezionare con precisione i candidati ideali per terapie ad alto costo e con specifici criteri di inclusione. Come ha osservato il presidente dell’Aifa, Robert Nisticò, in occasione della presentazione del progetto Interceptor, l’utilizzo mirato di queste terapie – per le quali l’efficacia a lungo termine è ancora tutta da verificare – richiede la capacità di predire con biomarcatori chi, tra coloro che soffrono di disturbi cognitivi lievi, avrà maggiori probabilità di sviluppare la malattia.
In questo scenario di incertezza terapeutica e carenze organizzative, il dibattito scientifico sta progressivamente spostando l’attenzione su un altro fronte, forse meno eclatante ma ugualmente cruciale: quello della prevenzione. E non si tratta solo di diete o attività fisica, ma di un approccio che abbraccia abitudini quotidiane spesso trascurate. Studi recenti e le discussioni all’interno del congresso AIP hanno ribadito come intervenire su fattori di rischio modificabili possa ridurre in modo significativo l’incidenza delle demenze. I numeri lo confermano: camminare regolarmente – si parla di cifre intorno ai 7mila passi al giorno – non solo mantiene in forma il, ma contribuisce a ritardare la comparsa dei sintomi cognitivi riducendo il carico di beta-amiloide. Anche il sonno gioca un ruolo determinante, se si considera che durante le ore notturne il cervello attiva un sistema di “pulizia” delle proteine tossiche; dormire meno di sei ore o oltre le otto, in tal senso, è stato associato a un aumento del rischio.
Ma la vera novità, emersa con forza dalle evidenze scientifiche degli ultimi mesi, riguarda il potenziale protettivo delle vaccinazioni. Una revisione sistematica pubblicata su Age and Ageing, che ha analizzato dati provenienti da oltre 104 milioni di persone, ha rilevato un’associazione significativa tra alcune vaccinazioni in età adulta e un rischio più basso di sviluppare demenza. In particolare, l’immunizzazione contro l’herpes zoster ha mostrato l’associazione più consistente, con una riduzione del rischio per la malattia di Alzheimer del 47% (Rischio Relativo 0,53), seguita dal vaccino antipneumococcico e da quello contro tetano-difterite-pertosse. La stessa vaccinazione antinfluenzale, sebbene con un impatto più contenuto, è risultata associata a una riduzione del rischio di demenza di circa il 13%. Pur trattandosi di studi osservazionali, che quindi non stabiliscono un rapporto causale definitivo, gli esperti concordano sull’ipotesi che i vaccini possano “allenare” il sistema immunitario a rimuovere in modo più efficiente le proteine tossiche che si accumulano nel cervello, come la beta-amiloide e la tau.




