Alex Schwazer si ritira agli italiani di marcia: i giudici lo fermano, era con i migliori

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Redazione Sport Redazione Sport   -   L’aria fresca del Piemonte, quella che avvolgeva il percorso cittadino di Alessandria, avrebbe dovuto rappresentare per Alex Schwazer il momento del ricongiungimento con il suo sport, con la fatica nobile della marcia e con la luce dei riflettori, quella vera, quella dei Campionati Italiani. Invece, quel ritorno tanto atteso, la prima gara di rilievo dopo la fine di una squalifica lunga otto anni, si è trasformato nell’ennesimo, drammatico capitolo di una carriera costellata di contraddizioni e interruzioni. Il campione olimpico di Pechino, quello dei 50 chilometri, c’era, eccome se c’era: la sua sagoma, caratterizzata da quello stile potente ma oggi palesemente ai limiti del regolamento, ha tenuto testa ai favoriti della vigilia, Riccardo Orsoni e Gianluca Picchiottino, incollato ai loro tacchi, anzi, alle loro punte, in una gara che per lunghi tratti lo ha visto perfettamente integrato nel gruppo dei migliori.

L’illusione, però, si è infranta poco dopo il passaggio al quindicesimo chilometro, quando il cartellino rosso, anzi, il terzo, è diventato una condanna inappellabile. Per chi non conosce i meccanismi della marcia, va spiegato che i giudici, sparsi lungo il percorso, osservano la tecnica: il contatto con il suolo, il ginocchio che si blocca, quella frazione di secondo in cui lo sguardo umano deve cogliere il cosiddetto “sospeso”. Tre segnalazioni da parte di tre giudici diversi comportano una penalità, una sosta forzata di tre minuti, che in una competizione di questo livello equivale a dire addio al sogno di gloria. Schwazer, che fino a quel momento aveva proceduto con un’andatura possente, è stato costretto a fermarsi, a osservare i suoi avversari allontanarsi, a digerire l’amaro della giustizia tecnica.

A bordo strada, con il cronometro in mano, c’era Sandro Donati, storico ex allenatore dell’altoatesino, figura che ha sempre simboleggiato, più di ogni altra, la lotta al doping di sistema e la difesa a spada tratta del suo atleta. Il suo sguardo, in quel frangente, era probabilmente lo stesso di chi conosce i limiti del umano e le rigidità del codice sportivo. Donati, interpellato al termine della gara, non ha usato giri di parole per descrivere la dinamica: l’azione di Schwazer, a suo dire, era eccessivamente sbilanciata in avanti, un’impostazione che, se da un lato gli permetteva di esprimere una progressione poderosa e di competere alla pari con Orsoni, dall’altro lo esponeva inevitabilmente al rischio di sollevare troppo la gamba posteriore, finendo così nel mirino dei giudici di gara.

Quel verdetto, materializzatosi in uno stop di tre minuti, ha rotto l’incantesimo. Ripartito dopo la penalità, ormai lontano dai primissimi, il quarantunenne di Racines ha proseguito per qualche centinaio di metri, salvo poi fermarsi di nuovo, questa volta in via definitiva, strappandosi il pettorale e abbandonando il tracciato senza una parola, avvolto da un silenzio che pesava più di qualsiasi dichiarazione. Per Donati, però, questa uscita di scena non rappresenta un fallimento, bensì la fotografia dell’indole del campione: “Se avesse rallentato, probabilmente avrebbe chiuso sul podio”, ha spiegato lo studioso delle metodologie dell’allenamento, “ma i campioni sono fatti così, pensano solo a vincere”. Una lettura, questa, che sposta l’asse del discorso dalla pura cronaca della squalifica alla psicologia del fuoriclasse, incapace di accontentarsi di un piazzamento e di gestire la propria forza, anche a costo di infrangere le regole formali della disciplina.

L’attenzione del pubblico, inevitabilmente catturata dall’epilogo amaro della favola di Schwazer, non deve però far passare in secondo piano ciò che la gara ha prodotto in termini tecnici. Sulle strade di Alessandria, infatti, è stato assegnato il primo Titolo italiano assoluto sulla nuova distanza dei 21,097 chilometri, quella della mezza maratona di marcia, un adeguamento voluto dagli organismi internazionali per uniformare le specialità. A trionfare, con una prova di forza e intelligenza tattica, è stato Riccardo Orsoni, il marciatore cremonese delle Fiamme Gialle, che ha saputo interpretare al meglio il percorso e le insidie della gara, chiudendo in 1h24’30” e precedendo i diretti avversari. Orsoni, che nei giorni scorsi aveva manifestato la propria curiosità e il proprio rispetto per il ritorno del campione olimpico, si è così preso la scena, dimostrando che il ricambio generazionale nella marcia italiana non è solo una speranza, ma una realtà concreta e vincente.

Tra i giovani, spazio anche per il vivaio, con il bronzo di Nicolò Izzo, portacolori del Running Club Napoli, che nella categoria promesse ha portato un pezzo di Sud sul podio tricolore, lì dove l’ombra lunga delle vicende giudiziarie di Schwazer rischiava di oscurare ogni altra prestazione. Izzo, con la sua marcia pulita e la sua tenacia, rappresenta quella normalità dell’agonismo che spesso viene dimenticata di fronte alle gesta o ai drammi dei fuoriclasse. La sua medaglia, così come la vittoria tra le donne di Sofia Fiorini, che ha bissato il successo ottenuto qualche settimana fa sulla maratona, raccontano di un movimento vivo, che continua a produrre atleti e risultati, indifferentemente dal fatto che il riflettore principale sia puntato altrove.

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