Marc Marquez e quella frecciatina ad Acosta: «Io campione al primo anno, lui ancora a secco»
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Redazione Sport
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C’era una volta, e forse non è poi passato così tanto tempo, un giovane Marc Marquez che irrompeva nella classe regina con la stessa prepotenza con cui oggi Pedro Acosta sta cercando di scardinare le gerarchie della MotoGP. Ieri a Cervera, oggi a Mazarrón, con una fame che pare identica e quella stessa audacia nel sorpasso che ha fatto la fortuna del numero 93. Ma se qualcuno si azzarda a paragonare le loro traiettorie, il pilota Ducati, otto volte campione del mondo, storce il naso e risponde per le rime. Nel corso di un evento organizzato a Madrid dal suo sponsor personale, Estrella Galicia 0,0, Marquez ha avuto modo di incontrare giornalisti e addetti ai lavori, e tra un sorriso e l’altro è uscito fuori il vero competitore che è in lui. Interrogato su un possibile “figlioccio” spirituale in quel di Acosta, il maiorchino ha gelato tutti con una frase che pesa come un macigno, soprattutto se si considera l’inizio di campionato del giovane talento di KTM: «Se mi rivedo in lui? Io al primo anno in MotoGP ho vinto il mondiale, lui invece, al terzo, non ha ancora vinto nemmeno una gara la domenica». Una stilettata non da poco, quella del “93”, che ridimensiona i paragoni e riporta l’asticella a livelli altissimi, quasi irraggiungibili, come solo lui sa fare.
L’occasione era quella di un incontro che ha visto radunati i tre campioni del mondo della specialità, con il classe 1993 affiancato da Diogo Moreira e José Antonio Rueda, oltre alla presenza istituzionale di Carmelo Ezpeleta, amministratore delegato della MotoGP. Un evento mondano, certo, ma che ha offerto il pretesto per fare il punto dopo il primo, rocambolesco weekend di gara in Thailandia. Marquez, che da qualche anno ha spostato la sua residenza a Madrid pur essendo originario di un piccolo paese nei pressi di Barcellona, ha ammesso di aver ormai trovato nella capitale la sua base logistica e affettiva per tutto il tempo che ancora dedicherà alle corse. Un passaggio, questo, che racconta di un uomo ormai integrato in un nuovo contesto, lontano dai riflettori ossessivi della Catalogna, ma che non ha perso un grammo della sua fame. «Sono consapevole che, finché correrò, la mia base sarà qui», ha confessato, quasi a voler suggellare un legame con la città che lo ospita e che gli consente di lavorare con maggiore serenità.
Il ko di Buriram e l’exploit di Aprilia, tra sfortuna e dominio
Se Marquez può permettersi di lanciare frecciatine, lo fa forte di un palmares che parla da sé, ma anche con la consapevolezza che il suo mondiale 2026 è iniziato nel peggiore dei modi. La pista di Buriram, in Thailandia, non è stata clemente con il portacolori di Borgo Panigale. Dopo una Sprint combattuta e conclusa con un sorpasso limite su Acosta che gli è costato la penalizzazione e la vittoria, la domenica ha riservato un epilogo beffardo. Mentre occupava saldamente la quarta posizione, a pochi giri dal termine, la sua Desmosedici GP26 ha improvvisamente perso pressione al posteriore. Una foratura, quella che lo ha costretto al ritiro, dovuta – come lui stesso ha spiegato – all’impatto con un cordolo particolarmente aggressivo: «Secondo me la gomma è esplosa sul cordolo. La fortuna è che non sono caduto, poteva andare peggio. Oggi soffriamo, ma il secondo posto era possibile». Piero Taramasso, responsabile Michelin, ha confermato la dinamica, parlando di un cerchione deformato dall’urto, un problema che, complice il gran caldo e l’aggressività dei cordoli thailandesi, si era già manifestato durante il fine settimana con altre moto. Un’analisi, quella dello schivo Marc, che non lascia spazio a recriminazioni ma che fotografa un esordio amaro, con appena 9 punti in classifica e un distacco di 23 lunghezze da chi, invece, quel weekend lo ha vissuto da protagonista assoluto.
Il riferimento è, manco a dirlo, a Pedro Acosta. Il “Tiburón” di Mazarrón, dopo aver assaporato il primo storico successo nella Sprint race (sebbene le statistiche ufficiali non lo considerino un vero e proprio trionfo in gara), ha chiuso il Gran Premio domenicale in seconda posizione, alle spalle di un incontenibile Marco Bezzecchi. Un risultato che gli vale la vetta della classifica iridata, con 32 punti all’attivo, frutto di una guida spavalda e di una maturità sorprendente. La sua KTM, complice anche il momento magico di Aprilia, ha retto il confronto, e lui è riuscito a infilarsi tra le quattro moto di Noale che hanno letteralmente monopolizzato le prime cinque posizioni. La casa veneta, infatti, ha piazzato Bezzecchi (primo), Raul Fernandez (terzo), Jorge Martin (quarto) e Ai Ogura (quinto), dimostrando una superiorità tecnica e prestazionale che mancava da tempo. Una domenica da dimenticare, invece, per gli alfieri Ducati: Pecco Bagnaia ha chiuso mestamente nono, mentre Fabio Di Giannantonio è stato il migliore del gruppo con un sesto posto che sa di magra consolazione.
L’orgoglio del campione e l’inizio di una lunga rincorsa
La frecciata di Marquez ad Acosta, dunque, va letta in quest’ottica. Non è solo la stoccata di un veterano a un giovane rampante, ma la riaffermazione di un primato che va oltre i risultati di una singola gara. Il maiorchino, nel corso dell’incontro madrileno, ha glissato con eleganza sull’episodio che gli ha rovinato il GP, preferendo proiettarsi già al prossimo appuntamento. Sull’assenza di Ducati dal podio thailandese, una circostanza che non si verificava da 88 Gran Premi consecutivi, ha commentato con la tranquillità di chi sa di avere ancora la moto migliore: «È stata la prima gara da molto tempo senza una Ducati sul podio. Credo e spero che sia stato solo un caso isolato, dovuto alle condizioni del fine settimana. Se non mi fosse successo quello che mi è successo, credo che avrei portato una Ducati sul podio, era fattibile». Una precisazione, quella del “93”, che suona quasi come un avvertimento per gli avversari, Bezzecchi e Acosta in testa, e che sposta immediatamente l’attenzione sul potenziale inespresso del pacchetto Ducati.
Mentre la MotoGP si prepara a lasciarsi alle spalle il caldo umido di Buriram, con il suo curioso contorno di gare di tuk-tuk che hanno impreziosito l’evento, la classifica racconta già una storia fatta di gerarchie ribaltate e rivalità accese. Da un lato c’è un Acosta che guida il mondiale, forte di una costanza e di una grinta che lo hanno portato a centrare il secondo posto in gara dopo aver vinto la Sprint; dall’altro c’è un Marquez che, nonostante lo zero in classifica, non ha alcuna intenzione di fare da spettatore. L’otto volte iridato sa bene che i campionati sono lunghi e che una foratura, per quanto beffarda, non può cancellare il valore di un pilota e della sua squadra. Ma sa anche, e lo ha voluto ricordare a tutti con quella frase apparentemente fuori posto, che i paragoni con i giovani fenomeni vanno dosati con il bilancino della storia. Acosta, dal canto suo, può sorridere: è leader del mondiale e ha già dimostrato di saper lottare con i migliori, ma dovrà fare i conti con un rivale che non perdona e che, a Cervera, ci è nato proprio per vincere.




