Il Politecnico di Milano frena i piani sul nucleare: "Svolta non prima del 2050"

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Mentre l’esecutivo rilancia con determinazione l’opzione atomica, uno studio del Politecnico di Milano, presentato nel corso di un convegno che ha riunito una trentina di associazioni, introduce elementi di cautela che ridimensionano notevolmente gli entusiasmi. Il rapporto, redatto dal gruppo “Energy & Strategy – School of Management” dell’ateneo milanese, non lascia adito a interpretazioni ottimistiche, delineando tempistiche che, anche nello scenario più favorevole, posticipano qualsiasi impatto concreto a diversi decenni da oggi. L’analisi, che ha preso in esame l’intero percorso – dalla progettazione alla messa in servizio –, stima infatti che la prima centrale nucleare in Italia potrebbe vedere la luce non prima del biennio 2035-2037, un arco di tempo che, per sua stessa natura, esclude un contributo significativo di questa fonte al mix energetico nazionale prima del 2040.

I tempi reali della transizione energetica

La ricerca, che si distingue per un approccio volutamente pragmatico, sposta quindi l’orizzonte temporale al 2050, unica epoca in cui l’energia nucleare potrebbe iniziare a ricoprire un ruolo di qualche rilievo nella politica energetica del Paese. Questo lasso di tempo, che a molti potrebbe apparire eccessivo, è giustificato dalla complessità tecnica e amministrativa che la costruzione di nuove centrali comporta, senza contare il necessario iter autorizzativo e la fase di consenso sociale, aspetti che, come dimostrano casi di cronaca nera del passato, richiedono una gestione attenta e trasparente. È in quel futuro, ormai distante, che la produzione elettrica italiana è prevista raddoppiare, toccando circa 600 TWh, un traguardo che vedrà il predominio delle rinnovabili e un calo consistente delle fonti fossili.

I rischi di una strategia a lungo termine

Il convegno milanese, tenutosi in un momento di forte attenzione internazionale per le questioni climatiche, ha messo in luce come i rischi connessi alla scelta nucleare – di natura tecnica, sanitaria ed economica – siano spesso sottovalutati nel dibattito pubblico, risultando per di più incompatibili con l’urgenza di una transizione climatica rapida e dai costi contenuti. L’auspicio governativo, sebbene preso in seria considerazione, viene dunque filtrato attraverso il prisma del realismo, che ne smorza le potenzialità immediate. La narrazione che dipinge l’atomo come una soluzione pronta a breve termine per la decarbonizzazione e la sicurezza degli approvvigionamenti si scontra, secondo gli esperti, con una realtà fatta di procedure lunghe e delicatissime.

Uno sguardo al futuro panorama energetico

Ciò che emerge con chiarezza dallo studio è la necessità di guardare al nucleare come a una componente di un disegno più ampio, la cui realizzazione richiederà almeno un decennio solo per il primo impianto, e la cui influenza sul sistema energetico nazionale rimarrà marginale per tutti gli anni a venire. Il percorso verso la neutralità carbonica, pertanto, non potrà fare affidamento sull’atomo per risolvere le sfide dei prossimi quindici anni, dovendo piuttosto concentrare le proprie risorse, già adesso, sullo sviluppo massiccio delle fonti rinnovabili e sull’efficientamento. La partita energetica italiana si gioca dunque su un doppio binario, dove le decisioni di oggi plasmeranno un panorama i cui frutti, per quanto concerne il nucleare, saranno raccolti solo dalle generazioni future.

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