Addio a Beppe Sebaste, il poeta che raccontò l’autista di lady Diana inventando un genere

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Si è spento questa mattina in Umbria, all’età di 66 anni, Beppe Sebaste: poeta, saggista, filosofo e giornalista. La notizia, diffusa dalla famiglia, arriva dopo una lunga malattia che lo aveva accompagnato negli ultimi tempi, senza però mai offuscare – almeno nella percezione pubblica – quella verve intellettuale che lo aveva reso una voce originale nel panorama culturale italiano e francofono. Nato a Parma nel 1959, Sebaste aveva scelto Bologna come città elettiva per la formazione universitaria, dove si era laureato sotto la guida di Luciano Anceschi e dove aveva incrociato i primi insegnamenti di un altro gigante, Umberto Eco. Un percorso, il suo, che non si è mai fermo ai confini accademici: ne è prova la lunga collaborazione con testate come l’Unità e Repubblica, che lo hanno visto impegnato in un racconto della realtà capace di mescolare cronaca, filosofia e narrazione.

Un libro cult nato da un incidente parigino

Tra i suoi molti scritti, ce n’è uno che resta impresso per la singolarità dell’intuizione. Sebaste, in fondo, aveva inventato un genere quasi senza volerlo, quando decise di mettersi sulle tracce di Henri Paul – il capo della sicurezza del Ritz, l’uomo che quella notte del 1997 si trovò al volante della Mercedes sulla quale viaggiava lady Diana. Da quel fatto di cronaca nera, trattato senza compiacimento ma con il rigore di chi indaga gli ingranaggi umani di una tragedia, Sebaste ricavò un libro che non era né un’inchiesta né una biografia tradizionale: era il racconto in prima persona della ricerca di un’ombra. L’autista, nell’opera di Sebaste, diventava il pretesto per parlare di colpa, di caso, di quella sottile linea che separa un dipendente esemplare da un capro espiatorio planetario.

La scrittura come sosta e come panchina

A rendere riconoscibile la sua penna, d’altronde, era proprio questa capacità di partenza: prendere un luogo comune – una panchina, un bar di frontiera, un ultimo buco nell’acqua – e trasformarlo in una lente filosofica. Nei suoi libri più noti, come “Panchine” o “Café Suisse e altri luoghi di sosta”, Sebaste non descriveva semplicemente degli spazi: li abitava con uno sguardo che era al tempo stesso poetico e analitico. Le sue frasi, lunghe e piene di incisi, sembravano voler riprodurre sulla pagina il movimento del pensiero, quel procedere per tentativi, soste e ripensamenti che è proprio di chi non si accontenta delle risposte pronte. E così, anche quando scriveva di sé – dei suoi trasferimenti tra Parma, Bologna, l’Umbria dove poi si è spento, e l’Europa percorsa in lungo e in largo – lo faceva senza mai cadere nell’autocompiacimento.

Un intellettuale controcorrente nel panorama italo-francese

Sebaste aveva un rapporto intenso con la cultura francese, e non solo per la vicenda di Henri Paul. Nei suoi saggi, spesso tradotti o pensati per un pubblico transalpino, restituiva una certa idea dell’impegno: lontana dai talk show e dalle trincee giornalistiche, più vicina a un certo modello di intellettuale artigiano. Non amava le generalizzazioni, né le etichette; preferiva la complessità di un periodo subordinato alla secchezza di uno slogan. Per questo, la sua scomparsa lascia un vuoto non tanto nei ranking dei libri più venduti – dove pure qualche suo titolo è arrivato – quanto in quella zona grigia e preziosa dove la letteratura incontra l’etica, e il giornalismo non dimentica di essere anche una forma di pensiero.

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