Il prof con due lauree finte condannato a restituire 63mila euro: «I miei erano senza soldi, ho sbagliato in buona fede. Ora torno a insegnare»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Un uomo di quarant’anni, dall'aria visibilmente contrita, è stato condannato dalla Corte dei Conti a risarcire il ministero dell'Istruzione per una cifra che supera i sessantatremila euro, corrispondenti agli stipendi percepiti in modo indebito nel triennio compreso tra il 2021 e il 2024. La motivazione della sentenza, che non lascia spazio ad ambiguità, risiede nell’aver egli esercitato la professione di insegnante in numerose scuole superiori dell’hinterland milanese – toccando, tra gli altri, i territori di Meda, Limbiate e Monza – senza essere mai stato in possesso della laurea, requisito fondamentale per l’accesso alla docenza. La sua attività, che si è estesa anche in un istituto del Comasco, è stata resa possibile dalla presentazione di un curriculum artefatto, nel quale vantava il conseguimento di due titoli di studio del tutto inesistenti.

Un curriculum costruito su fondamenta false

La costruzione fittizia, sulla quale l’uomo aveva edificato la propria carriera, includeva una presunta laurea in “Ingegneria della logistica e della produzione” ottenuta presso l’Università Federico II di Napoli, a cui egli affiancava un secondo Titolo, altrettanto falso, in “Ingegneria delle automazioni”, che dichiarava di stare per conseguire presso un ateneo telematico. Queste dichiarazioni, verificatesi del tutto prive di fondamento in sede di accertamento, gli avevano spalancato le porte di aule e laboratori, permettendogli per anni di ricoprire un ruolo per il quale, di fatto, non era abilitato. La magistratura contabile, esaminando il caso, ha quindi stabilito l’obbligo della restituzione integrale degli emolumenti ricevuti, considerandoli un ingiustificato arricchimento a danno della pubblica amministrazione.

Le giustificazioni e un nuovo inizio

Intervistato in seguito alla pronuncia della condanna, l’uomo ha espresso rammarico, cercando di spiegare le ragioni di un gesto che egli stesso definisce un errore, pur sostenendo di aver agito in “buona fede”. «I miei erano senza soldi», ha affermato, delineando un contesto familiare di difficoltà economiche che, a suo dire, avrebbe influito sulle scelte compiute. Pur ammettendo la colpa, il sedicente professore ha voluto sottolineare come, dopo la scoperta della frode, abbia intrapreso un percorso legittimo per dotarsi dei titoli necessari, dichiarando: «Ora torno a insegnare, ma stavolta i titoli sono veri». Una dichiarazione che segna la volontà di un riscatto, seppur a fronte di una condanna giudiziaria ormai definitiva che ne certifica l’illecito passato.

Le implicazioni di un sistema vulnerato

L’episodio, al di là della vicenda personale, solleva interrogativi sui meccanismi di verifica preventiva dei titoli presentati dai candidati ai concorsi e alle supplenze nel mondo della scuola, un settore che dovrebbe essere tra i più vigilati. Il fatto che un individuo privo del titolo di studio abbia potuto insegnare indisturbato per un triennio in diversi istituti, alcuni dei quali nello stesso ambito provinciale, indica una falla nei controlli, permettendo a un impostore di sostituirsi a un legittimo docente. La sentenza della Corte dei Conti, se da un lato chiude il capitolo giudiziario con un risarcimento erariale, dall’altro lascia aperta la riflessione sulla tenuta di quei sistemi di sicurezza che dovrebbero proteggere l’istituzione scolastica da simili abusi, i quali, oltre al danno economico, ledono la fiducia alla base del rapporto educativo.

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