Riconoscimento facciale e polizia, il decreto italiano divide l’Europa: stretta sui dati biometrici e polemiche in Parlamento

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Mentre il governo italiano si prepara a varare il decreto legislativo che estende l’uso dell’intelligenza artificiale alle attività di polizia, con particolare riguardo ai sistemi di riconoscimento facciale, il dibattito si accende non solo a Roma ma anche a Bruxelles, dove la Commissione europea segue con attenzione le deroghe previste in materia di dati biometrici.

Il cuore della polemica, che coinvolge giuristi, attivisti per i diritti digitali e parte dell’opposizione, riguarda la cosiddetta "procedura d’urgenza", una clausola che consentirebbe alle forze dell'ordine di attivare il riconoscimento in tempo reale senza il preventivo vaglio di un'autorità giudiziaria, circostanza che, secondo i critici, aprirebbe la strada a potenziali abusi e a una raccolta preventiva di dati sensibili su larga scala.

L’Europa fissa i paletti, l’Italia prova a sfondarli

A livello comunitario, il Regolamento sull’Intelligenza Artificiale, noto come AI Act, ha già classificato il riconoscimento facciale biometrico come sistema ad alto rischio, vietandone l'uso indiscriminato in spazi pubblici e consentendolo solo in casi strettamente definiti, come la ricerca di vittime di rapimenti o la prevenzione di attacchi terroristici imminenti, sempre previa autorizzazione giudiziaria.

Il governo italiano, tuttavia, ha scelto di interpretare in modo estensivo le eccezioni previste dalla normativa, inserendo nello schema di decreto una casistica più ampia che include reati come il traffico di droga o la violenza negli stadi, suscitando la reazione del Garante per la protezione dei dati personali, che ha chiesto modifiche sostanziali al testo.

In particolare, il presidente del Garante, Pasquale Stanzione, ha sottolineato come la raccolta preventiva di impronte digitali, immagini del volto e altri elementi biometrici, se non strettamente circoscritta a situazioni di effettiva e grave emergenza, potrebbe trasformare ogni cittadino in un potenziale indagato, minando il principio di presunzione di innocenza.

Le perplessità della magistratura e il ruolo della Procura

Sul fronte giudiziario, diverse procure della Repubblica, tra cui quella di Roma e Milano, hanno avviato interlocuzioni informali con il ministero dell'Interno per chiarire i profili operativi del decreto, specie per quanto concerne la conservazione e la cancellazione dei dati acquisiti tramite riconoscimento facciale in situazioni di emergenza.

I magistrati hanno evidenziato che, senza una disciplina chiara sui tempi di archiviazione e sulle modalità di verifica dell'accuratezza degli algoritmi, si rischia di vanificare qualsiasi controllo successivo, rendendo di fatto inutilizzabili in sede processuale le prove raccolte con questi sistemi.

A ciò si aggiunge la preoccupazione espressa dal Consiglio superiore della magistratura, che in un parere non vincolante ha invitato il legislatore a prevedere la presenza obbligatoria di un pubblico ministero durante le operazioni di riconoscimento in tempo reale, al fine di garantire un vaglio imparziale e tempestivo sulla legittimità del provvedimento.

Il confronto con gli altri Paesi, tra Cina e Stati Uniti

Per comprendere la portata del provvedimento italiano è utile guardare a ciò che accade oltre confine, dove il riconoscimento facciale è già utilizzato con differenti gradi di intensità e regolamentazione.

Negli Stati Uniti, la nuova amministrazione Trump ha mantenuto un approccio bifronte: da un lato ha potenziato l'uso di questi strumenti per la sicurezza delle frontiere e la lotta all'immigrazione clandestina, dall'altro ha lasciato ai singoli Stati il compito di regolamentare l'impiego da parte delle polizie locali, con città come San Francisco che ne hanno vietato l'uso e altre, come New York, che lo hanno adottato in via sperimentale per i casi di omicidio e rapina a mano armata.

In Cina, invece, il sistema di sorveglianza di massa basato sul riconoscimento facciale è ormai una realtà consolidata, con telecamere in grado di identificare i cittadini in pochi secondi e di incrociare i dati con il sistema creditizio sociale, un modello che l'Europa ha esplicitamente rifiutato di emulare nel suo impianto normativo.

Tornando al decreto italiano, le audizioni in Parlamento proseguiranno per tutta la prossima settimana, con l'obiettivo di portare il testo in Consiglio dei ministri entro la fine del mese, come richiesto dalla legge delega sull'intelligenza artificiale approvata lo scorso anno. Resta da vedere se le osservazioni del Garante e le pressioni delle associazioni digitali riusciranno a smussare gli angoli più taglienti della norma, oppure se il governo opterà per una linea dura, forte della maggioranza in aula.

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