Crepet: “Siamo al punto di non ritorno”, la tempesta perfetta di scuola, famiglia e tecnologia

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’ennesimo episodio, l’ennesimo ragazzino armato di coltello contro un docente – quello di San Vito Lo Capo solo l’ultimo, in ordine di tempo, di una lunga scia che include il pestaggio di un professore a Nereto e l’accoltellamento di un insegnante di tecnologia da parte di un alunno di prima media – ha riacceso i riflettori su un malessere che, per lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet, non è più semplice emergenza bensì una vera e propria sindrome ormai cronicizzata.

Intervenendo a caldo sui fatti di cronaca, l’analista – già noto per i suoi studi sulla criminalità minorile e autore del saggio “Riprendersi l’anima” – ha utilizzato una metafora meteorologica per descrivere l’attuale stato dell’arte: quella di una “tempesta perfetta”, generata dalla convergenza di tre elementi distinti ma strettamente interconnessi che, sommandosi, hanno prodotto un effetto devastante sul tessuto educativo nazionale.

La triade del disastro: tre fattori che si alimentano a vicenda

Secondo la ricostruzione offerta dallo specialista, i pilastri portanti di questo crollo sarebbero l’istituzione scolastica – ormai priva di quella autorevolezza che ne definiva il ruolo sociale – la cellula familiare, ridotta a “strutturina” incapace di imporre limiti, e la tecnologia, definita senza mezzi termini “peggio della benzina sul fuoco”.

L’aggressione del dodicenne siciliano, per Crepet, non rappresenterebbe un’eccezione statistica ma la “perfetta raffigurazione” di decenni di errori collettivi; in quell’atto violento, a suo avviso, si specchiano tutte le indolenze, le miopie e le mancanze di una generazione di adulti che ha preferito delegare la crescita dei figli a uno schermo piuttosto che affrontare la fatica quotidiana dell’educare.

Lo psichiatra – che studia il fenomeno da trent’anni – ha lanciato un allarme che non ammette più mezzi termini: “Siamo ad un punto di non ritorno”, ha dichiarato, sottolineando come il progressivo abbassamento dell’età media dei protagonisti di questi episodi (si passa dai quindici ai dodici anni, con il timore concreto di arrivare presto ai bambini di otto) rappresenti il termometro più evidente di una deriva ormai irreversibile se non si inverte immediatamente la rotta.

La scuola senza più mura, la famiglia che abdica

Nel mirino dell’analisi finisce innanzitutto la scuola, che per Crepet avrebbe tragicamente fallito la sua missione educativa trasformandosi in un “bersaglio mobile” da prendere a calci o pugnalate. La perdita di autorevolezza, a suo dire, non è stata subita ma voluta: l’apertura indiscriminata alle famiglie – sancita dai Decreti Delegati del 1974 – avrebbe spalancato le porte delle aule a soggetti non competenti, annullando di fatto la discrezionalità e la responsabilità degli operatori.

“Oggi un insegnante non è più una guida – ha tuonato il sociologo –, faccio un’iperbole: non esisterà più ‘L’attimo fuggente’”.

Se la scuola ha smesso di fare il suo mestiere, però, la famiglia non è da meno: Crepet parla di una vera e propria “deresponsabilizzazione” parentale, dove i genitori – rincitrulliti dall’ansia di apparire amici più che figure autoritarie – consegnano ai figli uno smartphone senza alcun filtro, salvo poi stupirsi se quei figli, lasciati soli davanti a contenuti impropri (stragi americane, sfide violente, messaggi di odio), mettono in atto comportamenti emulativi distruttivi.

Il grido d’allarme e le richieste al legislatore

Di fronte a questo scenario – che l’esperto definisce “al limite della schizofrenia” – la soluzione non può essere il semplice potenziamento della psicoterapia di massa o l’ennesimo bonus. Crepet, pur consapevole della difficoltà politica di intervenire, indica alcune misure drastiche che, a suo avviso, andrebbero adottate immediatamente per arginare l’emorragia.

La sua ricetta è chiara e senza sconti: vietare l’accesso ai social network per tutti gli adolescenti almeno fino al termine del ciclo dell’obbligo, seguendo l’esempio di quanto già avviene in diversi Paesi nordici; abolire il registro elettronico, quel dispositivo che – secondo lo psichiatra – deresponsabilizza lo studente fin dalle elementari togliendogli la percezione del dovere; chiudere le chat di classe e quelle tra genitori, fonti inesauribili di conflitto e delega.

“Tornerebbe ad aumentare la discrezionalità degli operatori della Scuola, ma anche la loro responsabilità”, ha spiegato, auspicando un ritorno al “pensiero analogico” fatto di matita, quaderno e rapporto umano diretto, in contrapposizione al codice binario che sta trasformando i ragazzi in “fragili e ignoranti” incapaci persino di riconoscere la data sul calendario.

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