La stampa, Repubblica e la civiltà dei giornali di fronte al nodo greco
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Redazione Interno
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Caro Aldo, la drammatica transizione in atto nel Gruppo Gedi, con le sue storiche testate, rappresenta un passaggio epocale che rischia di scivolare nell'indifferenza generale, un segnale, questo, del deterioramento del quadro democratico nel quale ci muoviamo. Mentre la politica sembra distratta, la trattativa fra la Exor di John Elkann e i greci di Antenna Group, rappresentati da Theodore M. Kyriakou, per l’acquisto del totale di Gedi procede, sebbene su un terreno tutt’altro che consolidato. Fonti vicine ai negoziati valutano, non a caso, le probabilità di una conclusione positiva soltanto al sessanta per cento, un dato che la dice lunga sulla complessità dell’operazione, la cui esclusiva è stata prorogata di almeno due mesi a partire dallo scorso primo dicembre. Il closing, di conseguenza, potrebbe slittare addirittura oltre il gennaio del 2026, in un limbe temporale che aggiunge incertezza al futuro di un pezzo cruciale dell’editoria italiana.
Il valore differenziale e gli asset strategici
Nei bilanci della holding della famiglia Elkann, come riportato, il quotidiano romano Repubblica arriverebbe a valere otto volte e mezzo il torinese La Stampa, una disparità che delinea le gerarchie interne e, forse, le priorità degli eventuali nuovi proprietari. Il gruppo ellenico, la cui famiglia ha costruito la propria fortuna nel settore petrolifero e in quello mediatico, mostra un interesse preminente per l’area radiotelevisiva del portafoglio Gedi: da Deejay a m2o, fino a Radio Capital, si tratta di asset molto appetibili per un operatore, come Antenna Group, già impegnato in una strategia di espansione transnazionale. Alcuni, d’altronde, hanno già pagato il prezzo di questa fase di assestamento: è il caso de La Sentinella del Canavese e dell’edizione italiana dell’Huffington Post, chiusi nei mesi scorsi, episodi che hanno ridisegnato la mappa delle testate disponibili.
Le reazioni istituzionali e il percorso parlamentare
Dal canto suo, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’Editoria, Alberto Barachini, ha dichiarato di avere chiesto alla governance di Gedi di essere aggiornato sugli sviluppi della trattativa, dopo aver incontrato le rappresentanze sindacali. Barachini si è inoltre reso disponibile a riferire in Parlamento sulla vicenda, un passaggio che potrebbe portare la questione, finalmente, al centro del dibattito pubblico. La discesa in campo degli investitori greci, a dispetto di chi invoca le radici classiche della nostra cultura, assume quindi i contorni di un vero e proprio cambio della guardia in un settore, quello dell’informazione, la cui salute è vitale per qualsiasi democrazia.
L’ombra della cronaca nera e il senso di una transizione
Questa transizione avviene in uno scenario già segnato da vicende giudiziarie gravi, come quelle emerse da recenti inchieste sulla cronaca nera che hanno coinvolto, seppur marginalmente, alcuni ambienti dell’imprenditoria, ricordando a tutti quanto siano permeabili i confini tra affari, potere e illegalità. Senza addentrarsi in dettagli non pertinenti, tali sviluppi giudiziari gettano un’ombra ulteriore sul panorama in cui si muovono operazioni finanziarie di questa portata, dove i flussi di denaro e le concentrazioni di influenza mediatica devono essere osservati con la massima attenzione. La posta in gioco, che riguarda la libertà e il pluralismo dell’informazione, non potrebbe essere più alta, in un Paese che non può permettersi di vedere smantellata, pezzo dopo pezzo, quella civiltà dei giornali faticosamente costruita nel corso dei decenni.




