Fabio De Luigi e il terrore di annoiare: «Ho pensato di smettere, era umiliante»
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Cultura e Spettacolo
-
La promozione di Un bel giorno, la nuova commedia romantica che lo vede per la quarta volta dietro la macchina da presa oltre che davanti, ha portato Fabio De Luigi a fare i conti con il proprio passato. Ospite del podcast di Gianluca Gazzoli, l'attore e regista romagnolo ha riavvolto il nastro di una carriera che sembra un crescendo di successi – basti guardare i numeri al botteghino di venerdì 6 marzo, con il film saldamente in testa alla classifica degli incassi giornalieri con oltre 230mila euro – ma che, nelle pieghe del racconto, rivela crepe profonde e momenti di autentico smarrimento. Perché se è vero che il pubblico lo ha eletto a simbolo di una comicità garbata e malinconica, è altrettanto vero che De Luigi confessa di aver più volte accarezzato l'idea di abbandonare tutto: «Un paio di volte ho pensato smetto», ha detto senza infingimenti, ripercorrendo un decennio di “postacci e teatrini” in cui il rapporto con la scena si faceva doloroso.
Il peso della comicità e la paura di essere un cretino
Il meccanismo è spietato e lo descrive con la precisione di chi quel meccanismo lo ha subito sulla propria pelle: «Sulla prosa puoi barare ma sulla comicità è più difficile. Sei autorizzato a tutto per poter far ridere, se non ci riesci però ti senti un cretino e quella cosa fa male». È una riflessione che arriva da lontano, e che in parte aveva già anticipato anni fa in un'intervista a Vanity Fair quando parlava della professione del comico come di uno dei mestieri più umilianti che esistano, proprio per l'esposizione totale a cui si è costretti. Salire su un palco significa spogliarsi di ogni difesa, autorizzarsi a fare il cretino – come dice lui – e scoprire, se la risata non arriva, che il cretino lo sei diventato davvero. Eppure, in quel racconto fatto a Gazzoli, De Luigi sottolinea un elemento quasi provvidenziale: per due volte, quando la corda sembrava sul punto di spezzarsi, sono arrivate delle serate talmente belle da rimetterlo in carreggiata, da farlo ripartire. Una sorta di contrappeso, di equilibrio instabile che tiene insieme l'artista e l'uomo.
L'approdo al cinema e la paura di essere divorato
Da quei palchi, dai personaggi nati con la Gialappa's Band – da Medioman all'indimenticabile Olmo, passando per il modello Fabius – la strada verso il grande schermo è stata quasi obbligata. Ma anche qui, De Luigi mostra una consapevolezza rara: «Dopo 6-7 anni con la Gialappa's avevo paura di essere divorato dai miei personaggi e sentivo l'esigenza di fare altro, di diventare solo Fabio De Luigi». La ripetitività, spiega, è una trappola mortale per chi fa il suo mestiere, perché «a fare la gara su se stessi si perde sempre». Da lì la fuga in avanti, la scelta di accettare Love Bugs – «mi colpì subito, accettai immediatamente» – e poi una valanga di pellicole che lo hanno trasformato in un volto familiare per il grande pubblico. Dai cinepanettoni con Bisio alle commedie corali di Brizzi, fino alla regia: Tiramisù nel 2016, poi Tre di troppo e ora questo Un bel giorno, che lo vede condividere la scena con Virginia Raffaele in una sintonia che il pubblico ha imparato ad amare. Il film, distribuito da 01, racconta di un uomo vedovo con quattro figlie e di una donna con tre ragazzi, entrambi alle prese con la paura di mettersi in gioco dopo una certa età.
Il presente al botteghino e l'incubo di annoiare
E mentre la pellicola macina incassi – 371mila euro totali in due giorni, con quasi 52mila spettatori che hanno scelto di vederla – De Luigi si concede un'ultima, rivelatrice confessione: «Vivo nel terrore di annoiare gli altri». Una frase che fotografa l'essenza di un uomo che ha costruito la propria esistenza sulla capacità di intrattenere, di strappare un sorriso, di tenere viva l'attenzione. Una paura che forse non lo abbandonerà mai, e che paradossalmente continua a renderlo credibile proprio quando parla di crisi e rinascite. Perché se è vero che Un bel giorno parla di rilanciarsi nella vita – come hanno spiegato lui e la Raffaele a Radio Deejay, raccontando di un film che «invita a guardare avanti» – è altrettanto vero che per farlo bisogna prima fare i conti con le proprie fragilità. Con quelle serate in cui non sei riuscito a far ridere nessuno e ti sei sentito un cretino, con la fatica di non essere divorato dai personaggi che hai creato, con la consapevolezza che, come diceva qualcuno, il comico è uno dei mestieri più difficili del mondo perché ti mette a nudo davanti a tutti. E De Luigi, in questo racconto a cuore aperto, ha dimostrato di saperlo fare ancora una volta.




