Renzo Arbore, la vita smisurata di Quello di Foggia
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Renzo Arbore ripercorre, in una lunga intervista, i passaggi salienti di un'esistenza spesa all'insegna della creatività e dell'anticonformismo, ricordando quando, in un periodo difficile, rischiò seriamente «di fare la fine del povero Enzo Tortora». La sua fu un'esperienza terribile, seppur con un esito diverso, poiché venne accusato ingiustamente della scomparsa di un giovane che, come si scoprì in seguito, era stato ucciso da due criminali per una questione di donne. Tra gli aneddoti che costellano la sua memoria, spicca l'incontro con Giulio Andreotti a una festa dell'ambasciatore americano, dove il potente uomo politico, mascherato da cowboy, si lasciò andare a una confessione inaspettata: «Guardi», gli disse, «cosa sono costretto a fare per la politica».
Le radici musicali e l'avventura dell'Orchestra
L'avventura dell'Orchestra Italiana, uno dei suoi progetti più celebri, affonda le proprie radici a Napoli, o meglio ancora a Foggia, in un ambiente familiare dove la musica era di casa. I suoi genitori, infatti, cresciuti – lui, suo fratello e le loro due sorelle – con dosi massicce di canzoni della tradizione napoletana, trasmisero questa passione, che spesso veniva interpretata dalla madre stessa al piano. Fu quello il terreno fertile da cui germogliò, anni dopo, un'idea musicale che avrebbe unito generazioni.
Aneddoti di gioventù e scelte di vita
Il racconto si sofferma su episodi della sua prima giovinezza, come l'incontro, a soli 18 anni, con un amico medico di Corrado, noto per i suoi scherzi. Uno di questi, particolarmente memorabile, consistette nel mettere una foto di Sophia Loren nel confessionale, creando una situazione surreale che coinvolse anche la figura di un santo. La sua carriera universitaria, che lo portò alla laurea in giurisprudenza, fu altrettanto singolare: «Ci misi sette anni», ricorda, «perché cantavo, suonavo il contrabbasso finto e strimpellavo il clarinetto al circolo militare americano USO a Calata San Marco, il sabato e la domenica».
Rimpianti e una carriera irripetibile
Tra i ricordi più personali, Arbore confessa un rimpianto profondo: quello di non aver avuto dei figli. E, con la stessa schiettezza, ammette che lasciare Mariangela Melato fu «un grande errore». Queste riflessioni si inseriscono in un mosaico più ampio, che comprende l'infanzia vissuta durante gli anni del regime, la fondamentale amicizia con Lucio Dalla, l'esordio in Rai e la genesi di programmi diventati veri e propri cult, dipingendo il ritratto di un uomo la cui vita straordinaria ha saputo segnare profondamente la cultura italiana.




