Renzo Arbore, dalla piazza del Popolo a Craxi: le confessioni nel libro "Mettetevi comodi"

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   In quel lontano giorno, arrivando a Roma dalla natia Foggia a bordo di una Fiat 500, non poteva certo immaginare che la sua vita stava per compiere una svolta decisiva, incontrando in piazza del Popolo colei che sarebbe diventata, come lui stesso ammette con un velo di malinconia, l'amore della sua vita. Mariangela Melato, la donna perfetta che forse non seppe apprezzare appieno all'epoca, fu la prima di una lunga serie di incontri straordinari che costellano la sua biografia, ora ripercorsa nel libro-intervista Mettetevi comodi. Fu proprio la Melato, in un'altra circostanza memorabile e burrascosa, ad assestargli uno schiaffone, episodio che si aggiunge a quello, altrettanto celebre, di una furibonda lite con Federico Fellini e, in un'altra occasione, con Sophia Loren, a testimonianza di un carattere vivace e di rapporti intensi, a volte conflittuali, con i grandi del suo tempo.

Le proposte politiche e i rifiuti miliardari

La sua carriera, iniziata nelle sale da ballo come suonatore di clarinetto, lo portò presto sotto i riflettori della televisione pubblica, dove diede vita a programmi destinati a fare epoca. Uno di questi, che tutti ricordano con il Titolo Alto gradimento, avrebbe dovuto chiamarsi in modo ben più spregiudicato, "Musica e puttanate", a riprova del suo spirito anticonformista. Uno spirito che lo spinse, in anni cruciali, a respingere offerte allettanti provenienti dal mondo dell'imprenditoria e della politica. Bettino Craxi, allora segretario del Partito Socialista, gli propose infatti di candidarsi a sindaco di Napoli, incarico che Arbore declinò. Ancora più significativo fu il rifiuto opposto a Silvio Berlusconi, il quale, desideroso di averlo con sé nel suo neonato impero televisivo, gli offrì un assegno in bianco, invitandolo a scrivere personalmente la cifra. Una tentazione a cui l'artista non cedette, rimanendo fedele, come egli stesso si definisce, al suo ruolo di "figlioccio della Rai", al punto da sostenere, non senza una punta di orgoglio, di essere stato lui a favorire il ritorno di Pippo Baudo in viale Mazzini dopo un periodo di lontananza.

Il sacro, il faceto e l'ombra del San Gennaro di Benigni

La sua narrazione, un fiume in piena di aneddoti che coinvolgono personaggi come Marenco, De Crescenzo e Laurito, si colora di toni grotteschi e quasi blasfemi quando rievoca la visita a Napoli insieme a Roberto Benigni in occasione del miracolo di San Gennaro. L'attore toscano, che in precedenza aveva già suscitato scalpore con epiteti irriverenti verso il pontefice, si rifiutò di inginocchiarsi in attesa della liquefazione del sangue, in una miscela di sacro e profano che sembra riassumere l'essenza stessa della comicità arboreana. Un approccio goliardico che gli valse, non a caso, il riconoscimento ironico di una laurea conferitagli nientemeno che da Umberto Eco, a sigillo di una carriera costruita sul genio dell'irriverenza e sulla ricerca costante dell'allegria.

I rapporti con la Rai e la malinconia degli affetti perduti

Proprio questo carattere, tuttavia, fu all'origine di non poche incomprensioni con l'ente pubblico per cui lavorò, come lascia intendere riferendo di essere stato, in certe fasi, allontanato dalla Rai per ragioni che il libro definisce "sconvolgenti", senza addentrarsi ulteriormente in dettagli che potrebbero aprire vecchie controversie. Tra le tante storie e le mille avventure, il racconto si fa più intimo e personale solo quando affiora il ricordo degli affetti più cari. Il pensiero corre ancora a Mariangela Melato, ma anche a tutti gli amici e i compagni di viaggio scomparsi, lasciando trapelare un sentimento di malinconico rimpianto e il desiderio, forse più utopico che religioso, di un improbabile ricongiungimento futuro, in una dimensione dove l'allegria possa continuare.

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