L’App che trasforma in un cartoon di Miyazaki: ma l’intelligenza artificiale non può replicare l’anima

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’è qualcosa, nelle opere di Hayao Miyazaki, che sfugge a ogni tentativo di replicarla: quell’equilibrio fragile tra poesia e malinconia, tra fantasia e umanità, che nessun algoritmo potrà mai catturare. Lo sa bene Igort, pseudonimo di Igor Tuveri, autore italiano che ha lavorato in Giappone e conosciuto personalmente il maestro dell’animazione. «I suoi disegni sono vera poesia», ha spiegato, sottolineando come l’intelligenza artificiale, pur avanzata, resti incapace di riprodurre quella genuinità artigianale che rende unico lo Studio Ghibli.

Proprio mentre online impazzava la moda dei selfie trasformati in personaggi ghibliani – un fenomeno virale, nato dall’ultimo aggiornamento di ChatGPT, che permette di generare immagini in stile cartoon – Sam Altman, CEO di OpenAI, annunciava una svolta. Il 25 marzo, su X, ha definito il nuovo GPT-4o «un traguardo per la libertà creativa», riferendosi alla sua capacità di produrre illustrazioni iperrealistiche. Ma la domanda, inevitabile, è se la tecnica possa davvero sostituire l’arte.

Quello che manca all’IA, in fondo, è proprio ciò che non si può codificare: l’imperfezione, l’emozione, quel soffio vitale che Miyazaki infonde in ogni suo frame. Non è un caso che la rete, pur affollata di strumenti per emularne lo stile, continui a celebrare il suo lavoro come un’eccezione irripetibile. Persino quando i social sembrano ridurre tutto a un gioco effimero – come la mania dei ritratti “ghiblizzati” – la distanza tra un algoritmo e un’opera autentica rimane incolmabile.

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