La febbre digitale dello Studio Ghibli tra creatività e polemiche
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Redazione Scienza e Tecnologia
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L’ultima ossessione che ha invaso i social, trasformando i feed in gallerie oniriche, è la generazione di immagini in stile Studio Ghibli attraverso l’intelligenza artificiale. Basta un prompt, semplice e diretto – «Trasforma questa immagine nello stile dello Studio Ghibli» – perché ChatGPT, sfruttando la potenza dei server di Microsoft Azure, restituisca illustrazioni che sembrano uscite direttamente dalle mani degli animatori del celebre studio giapponese. Un fenomeno che, se da un lato ha scatenato l’entusiasmo degli utenti, dall’altro ha riacceso un dibattito spinoso sui confini tra omaggio artistico e appropriazione indebita.
Non è la prima volta che l’estetica di Hayao Miyazaki e del suo team diventa oggetto di rielaborazione digitale, ma la diffusione virale di questi contenuti ha portato alla luce questioni irrisolte. Da una parte, c’è chi vede in queste creazioni un tributo spontaneo a un’icona dell’animazione, capace di emozionare generazioni; dall’altra, emerge la posizione critica dello stesso Miyazaki, che in passato ha definito certe applicazioni tecnologiche «un insulto alla vita», sottolineando come l’arte, per essere autentica, debba nascere dall’esperienza umana.
OpenAI, dal canto suo, ha precisato che i suoi modelli possono replicare «lo stile di uno studio», ma non quello di «singoli artisti viventi», una distinzione che suona ambigua considerando l’indissolubile legame tra lo Studio Ghibli e il suo cofondatore. La polemica, dunque, non riguarda solo il diritto d’autore, ma investe una riflessione più ampia sul valore della creatività in un’epoca in cui l’IA può emulare – se non sostituire – il gesto artistico.




