Trump, quel paragone con Gesù che non piace neppure ai suoi elettori

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Non piace, eccome, quel post in cui l’inquilino della Casa Bianca si ritraeva nei panni di Cristo: l’87 per cento degli americani – e tra loro anche una fetta non trascurabile di chi lo ha votato – ha reagito male all’immagine del tycoon vestito dei panni del Redentore. Un dato, quest’ultimo, che racconta un cortocircuito profondo tra la narrazione trumpiana dell’uomo forte, quasi investito da una missione divina, e il sentire comune di una base che, proprio sul terreno simbolico della fede, mostra invece attese ben più tradizionali. Se poi si allarga lo sguardo ad altre espressioni pubbliche della nuova amministrazione, il malumore cresce: il 69 per cento dei cittadini statunitensi ha infatti bocciato la preghiera recitata al Pentagono dal segretario alla Difesa Pete Hegseth, quella invocazione – non certo sottile – in cui si chiedeva la «violenza dell’azione». Due segnali che, incrociati, restituiscono l’immagine di un’America più imbarazzata che entusiasta di fronte a certe derive performative della fede in divisa.

Parolin: il Papa fa il Papa, e i conflitti non si risolvono con la forza

«Io credo che il Papa fa quello che deve fare: il Papa fa il Papa». Parola di cardinale Parolin, segretario di Stato vaticano, che all’Augustinianum, presentando il volume “Liberi sotto la grazia”, ha risposto con la consueta cesellatura diplomatica agli attacchi sguaiati provenienti da Donald Trump. Nessuna incertezza, nel suo dettato: i conflitti – ha ribadito – non si risolvono con la forza ma con il negoziato, e gli Stati Uniti restano «interlocutori per la Santa Sede», anche quando dall’altra parte arrivano bordate verbali. Parolin ha poi annunciato che ascolteranno il segretario di Stato americano Marco Rubio, in un confronto che si preannuncia delicato ma che il Vaticano intende condurre senza rinunciare alla propria linea: dialogo, disarmo, centralità del diritto internazionale. Quanto agli attacchi al Papa (definiti «strani», quelli indirizzati a un pontefice dalla tempra di Jorge Mario Bergoglio), il cardinale ha scelto di non alimentare lo scontro diretto, limitandosi a osservare che Francesco «fa il suo mestiere».

Un’anziano tra ferocia e demenza, un Papa con l’eloquio sereno, e Vance che corregge la teologia

Prendete un americano anziano – quello che oscilla tra la ferocia grezza e i vuoti della demenza senile – e accostategli un Papa dall’eloquio sereno dei prelati d’alta gamma, capace però di un’assertività che sa di nativo di Chicago. Aggiungeteci un tizio dell’Ohio, quel JD Vance, che si permette di dire al pontefice di stare attento quando parla di teologia, quasi che il diritto di correzione spettasse a un vicepresidente prima ancora che a un vescovo. Infine, un cubano disperato, e sullo sfondo una ventina di milioni di cattolici che hanno votato per l’anziano aggravato: oggi sono divisi. E una trentina di milioni di Maga battisti ed evangelici vari, che invece stanno con l’anziano, cioè con Donald Trump. Eppure, per un terzo di questi ultimi, gli insulti a un capo della cristianità hanno cominciato a suonare sgradevoli, generando perplessità inedite. Il quadro che ne emerge è quello di una destra religiosa americana meno monolitica di quanto appaia, almeno quando la provocazione tocca il nervo scoperto della rappresentazione di Cristo.

Attacchi a Leone? Piuttosto la strana guerra verbale a Bergoglio

Trump contro il Papa: una sceneggiatura già vista, ma che questa volta si arricchisce di una dissonanza interna al fronte conservatore. I riferimenti a «Leone», nel titolo di qualche cronaca, restano volutamente ambigui – forse un rimando all’immagine iconica del pontefice assediato, forse un vezzo retorico – ma la sostanza non cambia: la Santa Sede tende la mano senza abbassare la guardia, e Parolin, con la sua fermezza pacata, marca la differenza tra chi governa per procura di un’idea di potenza e chi invece amministra il mistero di una comunità universale. Il cardinale, intervenuto all’Augustinianum, ha toccato anche i conflitti globali e il dibattito interno alla Chiesa sulle benedizioni alle coppie omosessuali, mantenendo sempre l’approccio del negoziatore che non cede all’urgenza della polemica. Gli Usa restano interlocutori, ma a patto che il negoziato prevalga sulla violenza dell’azione invocata tra le mura del Pentagono.

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