Trump, l’abbraccio con Gesù e l’affondo sui 42mila morti: terzo round con il Papa

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’inquilino della Casa Bianca, ormai più che saldo al potere dopo oltre un anno dalla rielezione, torna a caricare a testa bassa contro la sede apostolica. Stavolta, però, a fare da sfondo a questo nuovo sfogo – il terzo in poche ore – non c’è solo la consueta retorica politica, ma anche un’immagine generata dall’intelligenza artificiale che ritrae Donald Trump con la testa appoggiata a quella di Gesù in un abbraccio divino. Un post provocatorio che accompagna la richiesta, rivolta al pontefice Leone XIV, di distogliere lo sguardo dalla diplomazia per concentrarsi su numeri che, sebbene contestati dagli osservatori internazionali, il presidente utilizza come arma impropria per giustificare la sua linea dura. «Per favore qualcuno dica a Papa Leone che l’Iran ha ucciso almeno 42.000 manifestanti innocenti e completamente disarmati negli ultimi due mesi – scrive Trump sul suo social Truth – e che il fatto che Teheran possa avere una bomba nucleare è assolutamente inaccettabile».

Non si tratta solo di un diverbio teologico o di una semplice scaramuccia verbale; qui si consuma il terzo atto di un confronto che vede contrapposte due visioni del mondo: da una parte la realpolitik muscolare dell’amministrazione americana, dall’altra la predicazione pacifista di un papa americano che, per la prima volta nella storia della Chiesa, si trova a dover rispondere al capo di Stato del proprio Paese d’origine. Il vicepresidente J.D. Vance, spalleggiando il suo capo, ha gettato benzina sul fuoco evocando la seconda guerra mondiale, quasi a suggerire che la violenza sia talvolta uno strumento sacro se benedetta dalla storia. Se Vance si spinge a lezioni di teologia – sostenendo che «Dio era certamente dalla parte degli americani quando hanno liberato la Francia dai nazisti» – il Pontefice, in viaggio in Camerun, non arretra di un millimetro e risponde con il silenzio delle opere, limitandosi a ripetere che la pace «non può essere ridotta a uno slogan» e che «il mondo ha sete di giustizia».

Caos nello Stretto di Hormuz e l’ombra di una tregua instabile

Mentre il fronte politico-religioso si surriscalda, il fronte militare nel Golfo Persico – o Arabico che dir si voglia – rimane in una fase di stallo armato. Da un lato, i mediatori (tra cui spiccano Turchia e Pakistan) sussurrano di un "accordo di principio" per prorogare il cessate-il-fuoco, con Trump che, in un’intervista a Fox, si lascia andare a un cauto ottimismo: «Penso sia quasi finita». Dall’altro, però, le acque dello Stretto sono tutt’altro che calme. Teheran, infatti, minaccia di bloccare gli scambi commerciali se Washington non allenterà la morsa del blocco mercantile, un blocco che, nonostante la presenza di oltre diecimila militari e una dozzina di unità navali statunitensi, ha già mostrato le sue crepe. Prove tecniche di violazione del blocco, con alcune petroliere (come la Christianna e la Murlikishan) che sarebbero riuscite a passare, approfittando di varchi normativi o semplicemente sfidando la linea dura promessa da Trump: «Saranno eliminate».

È in questo quadro di incertezza che si inserisce la mossa diplomatica europea. Francia e Regno Unito, guidate rispettivamente da Emmanuel Macron e Keir Starmer, hanno convocato a Parigi un vertice dei cosiddetti "non belligeranti", un tentativo – spiegano fonti de La Discussione – di organizzare una missione "puramente difensiva" per scortare le petroliere e garantire la libertà di navigazione, senza però allinearsi passivamente agli ordini di Washington. L’Italia, da parte sua, naviga a vista. Giorgia Meloni, pur avendo preso le distanze dagli attacchi verbali al Vaticano definendoli «inaccettabili»-8, si trova ora a dover gestire il peso della base di Sigonella. Dopo aver negato l’uso della struttura per operazioni dirette contro l’Iran, la premier ha subito un "affondo bis" da parte di Trump, che in un’intervista l’ha accusata di essere stata "negativa" e di aver rifiutato il proprio aiuto. Meloni, per tutta risposta, ribadisce la necessità di difendere la libertà di navigazione e conferma la propria partecipazione al vertice di Parigi, cercando di tenere insieme l’alleanza atlantica e l’unità europea.

Le cifre della discordia e la strategia della tensione

Al cuore dello scontro tra Washington e il Vaticano, però, c’è una questione di credibilità numerica. I 42.000 morti citati da Trump rappresentano una cifra che stride violentemente con i dati ufficiali forniti in passato dalle Nazioni Unite, le quali, durante le proteste del gennaio 2026, avevano parlato di circa cinquemila vittime della repressione. L’uso di questa statistica non verificata – o volutamente gonfiata – serve al presidente americano per delegittimare l’autorità morale del Papa: come osa il pontefice parlare di pace, sembra suggerire Trump, quando il regime degli ayatollah è un "killer" di manifestanti disarmati? Una retorica che trasforma la geopolitica in un ring emotivo, dove la compassione per le vittime iraniane diventa un pretesto per legittimare l’intervento armato.

Leone XIV, dal canto suo, non si lascia trascinare nel merito dei numeri. La sua risposta è più alta e, forse, per questo più difficile da controbattere. Rifiuta la logica del "signoreggiare" – citando Sant’Agostino – e invita i governanti a un esame di coscienza, sottolineando come la violenza generi solo «dolorosi cumuli di morti, distruzioni, esuli». Mentre Trump gioca la carta dell’eccezionalismo divino ("Dio è con l’America"), il Papa ribadisce che nessuno può impadronirsi del nome di Dio per benedire una guerra. E se il presidente prova a ridicolizzarlo con un deepfake che lo ritrae accanto a Gesù, il pontefice incassa il colpo e prosegue il suo viaggio africano, lasciando che sia il silenzio (e la coerenza) a parlare per lui.

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