Tadej Pogacar, la caduta, i pantaloncini strappati e il trionfo insperato alla Milano-Sanremo

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Quando il Corpo, impattando contro l’asfalto a trentadue chilometri dal traguardo, sembrava avergli sottratto ogni possibilità, Tadej Pogacar ha trovato la forza di trasformare l’ennesima ossessione in una vittoria che portava nel Dna, quel filo sottile che lega il ciclismo sloveno alla sua fame più autentica. La Milano-Sanremo, la corsa che lui stesso aveva definito più importante persino di un sesto Tour de France, era lì, pronta a sfuggirgli ancora una volta: la caduta violenta all’uscita di una curva nei pressi di Imperia gli aveva lacerato la divisa iridata e scorticato la coscia sinistra, lasciandolo a terra con l’aria di chi vede svanire un sogno coltivato per anni. Invece, come ha raccontato poi il gesto atletico che pochi avrebbero osato tentare, si è rialzato. Lo ha fatto con i pantaloncini strappati, con la maglia arcobaleno ridotta a un brandello sporco di sangue e asfalto, e con quella determinazione che nel ciclismo moderno ha pochi eguali.

Il momento del patatrac e la risalita fisica di un cannibale

È stato un battito di ciglia, un millesimo di secondo in cui la traiettoria perfetta verso l’imbocco della Cipressa si è trasformata in un volo rovinoso. Pogacar, a folle velocità, ha perso il controllo proprio nel frangente peggiore, quello in cui la corsa si fa selezione naturale e ogni secondo di ritardo rischia di diventare definitivo. Sulle prime, osservandolo rialzarsi con il movimento incerto di chi accusa le abrasioni e il colpo subìto, molti hanno pensato che per lui fosse finita. Invece, lo sloveno ha iniziato a pedalare come se non avesse nulla da perdere, con il sedere scorticato e la coscia che pulsava per la botta presa. L’impressione, mentre rientrava sui gruppi inseguitori, era quella di assistere a un atto di pura volontà: nessuno avrebbe potuto pretendere che dopo essere finito per terra nel momento peggiore arrivasse a tagliare il traguardo davanti a tutti. Eppure, l’idea che quella potesse essere l’ennesima occasione sprecata si è ribaltata in un’occasione da afferrare con le unghie.

Le traiettorie sulla Cipressa e l’arte di vincere senza più niente da perdere

Visto il modo in cui ha affrontato la discesa dopo la Cipressa, in particolare la traiettoria tenuta insieme a Pidcock, viene da capire come quella caduta abbia paradossalmente liberato Pogacar da ogni freno. Quando ha capito che non aveva più niente da difendere, che gli sarebbe bastato arrivare in fondo anche con il sangue impastato all’asfalto, il suo ciclismo si è fatto ancora più fluido. Le curve, che poco prima erano state teatro della sua rovina, sono diventate il palcoscenico di una rimonta impensabile. La sua prima Milano-Sanremo, quella che gli era sempre sfuggita trasformandosi in una vera e propria ossessione personale, è arrivata nel momento in cui fisicamente era più provato. A mostrarlo sono stati i dettagli: la maglia sporca, la piega innatururale delle gambe nel gesto del pedale, e quella velocità tenuta nonostante le abrasioni che avrebbero consigliato il ritiro a chiunque altro.

La promessa alla compagna e il peso di un successo inseguito per anni

All’indomani del successo, Pogacar ha usato i social per raccontare cosa significasse quella corsa, definendola “montagne russe” in un messaggio diretto alla fidanzata Urska Zigart. È stato lì che ha ribadito il concetto espresso alla vigilia: preferiva vincerla una volta piuttosto che conquistare il sesto Tour. Una dichiarazione che pesa, se si considera il palmarès del corridore sloveno, e che aiuta a inquadrare la portata di un risultato arrivato con i pantaloncini strappati e la coscia sinistra ancora dolorante. La promessa fatta alla compagna, di stare lontano da Sanremo per un po’, suona quasi come un sigillo posto a un capitolo lungo e travagliato. Perché la Milano-Sanremo era diventata per lui qualcosa di più di una classica: era l’unica grande corsa che ancora gli resisteva, e per conquistarla ha dovuto attraversare il dolore fisico, la paura di averla persa un’altra volta, e quel momento di smarrimento sulla strada di Imperia. Nel suo gesto, nella risalita dopo la caduta, c’è stata la sintesi di un carattere che non conosce resa, capace di trasformare una divisa lacerata nel simbolo di una vittoria costruita laddove tutti vedevano solo una sconfitta annunciata.

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