Pogacar, la prima volta a Sanremo tra i pantaloncini strappati e l’ossessione infine placata

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La Milano-Sanremo, per sua natura, è una corsa che spesso si diverte a smentire i pronostici, un monumento che concede poco ai dominatori assoluti; eppure, ieri, quel verdetto tanto atteso è arrivato con la forza di una certezza, seppur maturata nel modo più rocambolesco. Da Pavia, dove il via era stato dato alle 10.10 con un cielo che prometteva tregua agli oltre trecento chilometri di fatica, il racconto sembrava destinato a scorrere sui binari di una sfida già vista: da una parte Mathieu van der Poel, che nella “Classicissima” aveva già impresso il proprio sigillo nel 2023 e poi nuovamente nel 2025, dall’altra Tadej Pogacar, il numero uno del ciclismo mondiale, inseguitore di quel successo con un’intensità quasi maniacale. A fare da terzo incomodo, nelle previsione della vigilia, Filippo Ganna, l’unico capace un anno fa di restare incollato ai due fuoriclasse fino all’epilogo di via Roma, era l’incarnazione della speranza italiana. Invece, a stravolgere ogni copione, ci ha pensato una caduta: a trentatré chilometri dal traguardo, lo sloveno è finito a terra, con i pantaloncini della divisa iridata strappati e la coscia sinistra segnata da vistose abrasioni, un incidente che per chiunque altro avrebbe significato l’uscita di scena.

Ma Pogacar, 27 anni, non è “chiunque altro”. È il dio del ciclismo moderno, e nel DNA del suo ciclismo – quello sloveno, fatto di una fame che richiama le epopee dei grandi del passato – sembra esserci una resistenza innata alla resa. Rialzatosi da terra, acciaccato e con la tuta sbrindellata, non ha atteso tempi di ricognizione: ha trasformato la rabbia in potenza, ricucendo il distacco e riportandosi nel gruppo dei migliori proprio mentre la corsa entrava nel suo momento più convulso. L’impressione, per chi ha seguito l’evolversi della situazione, è che quell’imprevisto abbia solo ritardato l’esito naturale. Sulla passerella di via Roma, a contendersi la volata, sono rimasti in due: il campione del mondo e Tom Pidcock. E stavolta, a differenza di altre edizioni in cui l’ossessione era rimasta tale, Pogacar ha allungato il proprio palmarès con la prima affermazione in quella che ormai era diventata l’unica grande classica ancora mancante. A certificare il valore di quanto appena visto, ci ha pensato da lontano Eddy Merckx, il più vincente di sempre, che dopo aver spento il televisore non ha nascosto lo stupore: “Mi ha lasciato senza parole”, ha confessato il Cannibale belga, spiegando come, sinceramente, non si aspettasse riuscisse a vincerla in queste condizioni.

La prima classica monumento della stagione, quindi, ha regalato spettacolo e una trama destinata a diventare parte della storia della corsa: quella di un campione che cade, si rialza e trova il modo di imporsi con la maglia iridata ridotta a brandelli. Per Merckx, che della Sanremo vinse sette edizioni (la prima nel 1966, quella che gli fece capire di “poter diventare un corridore vero”), si tratta forse di una delle imprese più grandi del fuoriclasse sloveno. È un giudizio pesante, se si considera che Pogacar aveva già vinto il Giro, il Tour e i mondiali, ma che in questa circostanza evidenzia come il valore di un successo non si misuri solo dai chilometri in fuga, ma anche dalla capacità di gestire l’inaspettato. L’entusiasmo del belga è stato tale che, nel commentare la prestazione, non ha potuto fare a meno di sottolineare come, dopo una simile prova di forza e resilienza, ormai per Pogacar non esistano più barriere, neppure quelle della Parigi-Roubaix, un’altra sfida che attende il numero uno del ciclismo mondiale.

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