Sabatini e la scommessa Luis Enrique: “A Roma chiamato Zichiche, poi la frattura”
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Redazione Sport
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Era l’estate del 2011 quando Walter Sabatini, allora direttore sportivo della Roma di Thomas DiBenedetto, decise di compiere una delle scelte più controcorrente della sua carriera. Lasciarsi alle spalle Vincenzo Montella, tecnico che aveva raccolto una squadra allo sbando, per puntare su un profilo che in Italia – va detto senza timore di smentita – nessuno avrebbe preso in considerazione. Quell’uomo era Luis Enrique Martínez García, reduce da un triennio sulla panchina del Barcellona B e, fino a quel momento, privo di qualsiasi esperienza in una prima squadra di vertice. Sabatini, in una lunga intervista concessa al quotidiano spagnolo “As”, ha ricostruito i retroscena di quell’operazione definendola “rivoluzionaria”, un’espressione che all’epoca poteva suonare persino eccessiva ma che, con il senno di poi, fotografava perfettamente il solco tracciato dall’asturiano nel calcio italiano.
La genesi di un’idea: il ruolo di Canovi e la filosofia del Barça B
A far scattare la scintilla, racconta Sabatini, fu un suggerimento prezioso. “Me lo ha consigliato il mitico Dario Canovi”, uno dei procuratori più influenti del panorama nazionale, figura spesso citata come il primo vero rappresentante di calciatori in Italia. Canovi, conoscendo la visione del ds abruzzese, gli mise davanti un nome che all’epoca sembrava più un azzardo che una strategia. Ma Sabatini, dopo aver studiato il lavoro di Luis Enrique nel vivaio blaugrana, restò folgorato non tanto dalla filosofia di gioco – pur riconoscendone la modernità – quanto dall’approccio umano e dalla capacità di imporre una disciplina tattica ferrea. “Con lui dominavamo le partite”, afferma senza troppi giri di parole, anche se il campo, si sa, avrebbe poi raccontato una storia diversa. La Roma di quella stagione, la 2011-12, alternò prestazioni brillanti a crolli improvvisi, rivelando una fragilità strutturale che nessun sistema di gioco avrebbe potuto mascherare del tutto.
Il rapporto complicato con Totti e la “rivoluzione” incompresa
Uno dei nodi più intricati di quell’avventura fu senza dubbio la gestione dello spogliatoio. Sabatini, con la franchezza che lo contraddistingue, rivela un aneddoto significativo: Francesco Totti, il capitano, aveva soprannominato Luis Enrique “Zichiche”. Un riferimento al noto divulgatore scientifico Antonino Zichichi, sottolineatura ironica – forse velenosetta – della distanza percepita tra l’allenatore e i calciatori più esperti. La situazione con Daniele De Rossi, aggiunge l’ex ds, raggiunse livelli di tensione tali che al centrocampista sembrava quasi “di non aver mai giocato a calcio prima”. Non tanto per incapacità tecnica, quanto per la mole di informazioni tattiche e i movimenti richiesti, così distanti dalla tradizione italiana. A rompere definitivamente l’equilibrio, però, fu un fatto ben più personale: “Gli toccarono la famiglia e se ne andò”. Luis Enrique, offeso in una sfera che andava oltre il campo, scelse di non proseguire l’esperienza dopo una sola stagione, nonostante un contratto in scadenza. Nessuna recriminazione pubblica, ma una decisione netta che Sabatini ancora oggi definisce “il prezzo pagato per la questione Totti”.
L’eredità di una scommessa: quando il futuro allenatore del Psg era solo un’intuizione
A distanza di quattordici anni, e con Luis Enrique ora alla guida del Paris Saint-Germain a caccia di una seconda Champions League che lo consacrerebbe tra i più grandi della sua generazione, il racconto di Sabatini assume i contorni di una profezia parzialmente compiuta. La sua intuizione, cioè, non era sbagliata: il tecnico asturiano possedeva davvero gli strumenti per rivoluzionare una squadra. Semplicemente, sbarcò nel posto sbagliato o, forse, nel momento sbagliato. La Roma di DiBenedetto era un cantiere aperto, con una proprietà americana alle prime armi e una tifoseria abituata ad altri standard. Luis Enrique, dal canto suo, non concesse mai mezze misure: o si seguiva la sua strada, o si andava a sbattere. Alla fine, fu la seconda ipotesi a prevalere. Resta, però, il giudizio tecnico di un direttore sportivo che non ha mai avuto paura di osare, e che oggi può dire, senza falsa modestia, di aver visto lontano.




