Luis Enrique e quel bis europeo senza retorica: “Nella leggenda? Non mi interessa”

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Aveva un appuntamento con la storia, e Luis Enrique è arrivato puntuale come sempre, con la sua maglietta nera e un look talmente essenziale da sembrare quello di un uomo qualunque reduce da una notte tutt’altro che normale. A parlare per lui, del resto, pensano gli accessori: la medaglia d’oro sul petto, la coppa dalle grandi orecchie saldamente in mano, la certificazione tangibile di un bis europeo che proietta il suo Paris Saint-Germain in una dimensione storicamente riservata a pochissimi.

Poi l’asturiano parla, e con quella sua innata capacità di ribaltare le prospettive prova quasi a riportare tutto dentro il perimetro della normalità, come se sollevare la seconda Champions League consecutiva fosse l’esito fisiologico di un percorso lineare. "È una vittoria che ci siamo meritati nell’arco della stagione – ha spiegato ai microfoni, magari ricordando il 5-0 rifilato all’Inter nella finale del 2025 – anche se devo fare i complimenti all’Arsenal, perché ha giocato da grande squadra".

Il tecnico, che ha così aggiunto il terzo trofeo continentale della sua carriera a quelli vinti con il Barcellona e con il club parigino, ha poi rivelato senza alcun filtro il suo approccio pragmatico: "Ai ragazzi non ho detto niente di speciale all’intervallo, solo le cose normali che si devono fare per attaccare una squadra che difende molto bene. I rigori? Ci siamo abituati".

L’arte di vincere secondo Luis Enrique, tra pragmatismo e una dedica che viene da lontano

Puoi vincere una finale per distacco, oppure – come è successo ieri sera alla Puskas Arena – puoi vincerla per un soffio, magari dopo che un difensore avversario, Gabriel, ha stampato il pallone sul fondo del cielo di Budapest. Eppure, al di là della sofferenza patita contro un Arsenal solido e cinico (basti pensare al vantaggio siglato da Kai Havertz dopo soli sei minuti), resta il fatto oggettivo: la coppa la sollevi tu, e questo è l’unico verdetto che conta.

Luis Enrique, nel corso degli anni, ha affinato quella che potremmo definire l’arte di vincere, tenendo insieme – quasi come in una sala d’attesa – quelli che vogliono solo il risultato e quelli che invece non transigono sul gioco. Nel pieno dell’euforia collettiva, però, l’ex tecnico della Roma non ha dimenticato un pezzo fondamentale del suo percorso, e ha trovato il tempo per una dedica che ha scaldato il cuore dei tifosi giallorossi. "Io devo ringraziare il mio caro amico Claudio Bisceglia – ha dichiarato a Sky Sport – il mio insegnante romanista".

Non è la prima volta, del resto, che l’allenatore spagnolo ricordi il suo storico interprete e professore d’italiano dei tempi dell’avventura capitolina (stagione 2011-12), visto che una dedica simile era arrivata anche dopo il trionfo di Berlino del 2015 con il Barcellona. Un gesto che conferma come certi legami, nonostante le distanze e il passare degli anni, restino sostanzialmente intatti.

Vitinha e la regia del centrocampo: “Siamo stati i migliori” nel momento decisivo

Se Luis Enrique si è presentato in conferenza con il consueto aplomb e quella punta di ironia che lo contraddistingue ("Nella leggenda? Non mi interessa"), dall’altra parte il centrocampista Vitinha ha invece raccolto l’eredità del palcoscenico con la consapevolezza di chi ha appena dominato la scena. Il portoghese, eletto Player of the Match dagli osservatori tecnici dell’Uefa, ha preso in mano le redini della manovra soprattutto nella ripresa, quando il PSG ha dovuto rimontare lo svantaggio iniziale per portare il match ai supplementari prima e poi agli undici metri.

"Siamo stati i migliori – sembra aver detto senza troppi giri di parole il numero 17 –, meritavamo questo trofeo". Una dichiarazione che suona come una logica conseguenza per una squadra che, sotto la guida dell’asturiano, ha vinto tutti e sei i tiratiri a cui è stata sottoposta, dimostrando una freddezza chirurgica laddove altri, come l’Arsenal di Arteta, hanno invece visto spezzarsi il sogno sul più bello.

Non è mancato, nel discorso del tecnico, un pizzico di realismo riguardo la prestazione: "Abbiamo cercato di attaccare una grande difesa, nel primo tempo siamo andati un po’ per la frustrazione, ma nel secondo abbiamo trovato le giuste misure".

Una notte da ricordare (senza dimenticare il fair play) e il trono conservato in Europa

A certificare il valore dell’impresa ci hanno pensato i numeri: il PSG è infatti la prima squadra, dopo il Real Madrid del triplete consecutivo (2016-2018), a riuscire nell’ardua impresa di conservare il titolo di campione d’Europa. E se l’Arsenal dovrà convivere con l’amarezza per un’occasione storica sfumata (quella della prima Champions della sua storia dopo 226 partecipazioni complessive), per Luis Enrique è semplicemente il momento di godersi il presente senza sbilanciarsi sul futuro. "Questo è il momento migliore della stagione – ha concluso il tecnico –.

Siamo ancora campioni, due volte di fila, è incredibile". Al di là delle dichiarazioni low profile, della maglietta nera e delle domande sulla leggenda, resta quindi l’evidenza di un cantiere vincente: quello di un PSG che non è più soltanto la squadra dei campioni incompiuti, ma una macchina da guerra europea capace di ribaltare le previsioni e, a dispetto delle difficoltà oggettive incontrate in finale, di riscrivere la propria storia.

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