Luis Enrique e il muro parigino: «Le difese hanno fatto la differenza»

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Quando il tecnico spagnolo del Paris Saint-Germain, Luis Enrique, si è presentato davanti ai microfoni al termine della battaglia di Monaco di Baviera, il suo volto tradisce una soddisfazione che va ben oltre il semplice risultato di parità. Il pareggio per 1-1 – maturato all’Allianz Arena grazie alla rete lampo di Dembélé e vanificato solo nel recupero dal rigore di Kane – ha permesso ai campioni d’ Europa in carica di staccare il pass per la finale di Budapest, e Luis Enrique ha voluto sottolineare un aspetto tattico spesso trascurato nell’era del gol facile. “Oggi le difese sono state superiori agli attacchi”, ha dichiarato, elogiando la tenuta dei suoi nonostante la pressione costante esercitata dai bavaresi, una squadra che, a suo dire, gioca a livelli “fenomenali”. L’allenatore, che con questo successo centra la sua terza finale nella competizione dal 2015 (un traguardo che lo vede eguagliare mosti sacri come Klopp e Zidane nel periodo) -4, ha ribadito come l’ammirazione per l’avversario sia stata la molla per spingere i suoi al cento venticinque per cento delle proprie capacità. E pensare che la vigilia era stata segnata da dichiarazioni provocatorie, con lo stesso Luis Enrique che aveva ricordato la goleada inflitta all’Inter un anno fa nello stesso stadio, quasi a voler esorcizzare la difficoltà di un match che si presentava insidioso.

Marquinhos e lo spirito di sacrificio: «Sappiamo soffrire»

A dare sostanza alle parole del tecnico ci ha pensato il capitano, Marquinhos, il quale – come riportato dalle cronache del post-partita – ha plasmato la retroguardia con una determinazione ferrea. Il difensore brasiliano, eroico nel respingere gli assalti di Musiala e Olise, ha descritto la semifinale come “una delle partite più dure della stagione”, sottolineando come la squadra abbia finalmente dimostrato di saper unire la qualità alla resilienza. La sua analisi si concentra su un aspetto che era mancato in passato al club parigino, spesso criticato per una presunta fragilità caratteriale nei momenti che contano: la capacità di difendere in gruppo e di gestire la sofferenza senza andare nel panico, come accaduto dopo la fulminea reazione del Bayern nel finale. “Dobbiamo continuare con questa mentalità”, ha aggiunto il numero 5, proiettando idealmente il gruppo verso l’obiettivo del double, con la Ligue 1 ancora da blindare e la coppa dalle grandi orecchie da difendere. L’atteggiamento della squadra, infatti, è parso sin da subito quello di chi non voleva speculare sul 5-4 dell’andata, ma anzi cercava il colpo del ko, come dimostrato dall’immediato forcing che ha portato al vantaggio dopo soli tre minuti.

Il prescelto: Al-Khelaïfi e la scrittura della storia

Nella notte dell’Allianz Arena, a osservare tutto dalla tribuna d’onore, c’era il presidente Nasser Al-Khelaïfi. Le sue parole, rilasciate ai microfoni di Prime Video al triplice fischio, hanno il peso specifico di una firma in calce a un nuovo capitolo del club. “Stiamo scrivendo la storia del PSG”, ha dichiarato, visibilmente orgoglioso, rendendo omaggio a una squadra che definisce “davvero incredibile”. Pur non nascondendo il rispetto per una corazzata come il Bayern Monaco – che a detta sua è “fortissima” – il dirigente ha voluto rimarcare la continuità di un progetto che, dopo anni di investimenti miliardari e delusioni cocenti, sembra aver finalmente trovato l’equilibrio perfetto sotto la guida dell’ex tecnico della Spagna. La vittoria, in questo senso, non è solo un fatto sportivo, ma la legittimazione di una politica societaria che punta a rendere il PSG un’istituzione stabile nel panorama europeo, al pari dei grandi vecchi del continente. Non si è parlato di turnover o di gestione delle risorse, ma i fatti – come la scelta di adattare Zaire-Emery come terzino per sopperire all’assenza di Hakimi – dimostrano quanto il gruppo sia coeso e pronto a sacrificarsi.

L’arbitro al centro del caos: il giallo negato e il rigore fantasma

Non si può raccontare la serata dell’Allianz Arena senza dedicare un passaggio agli episodi arbitrali che hanno acceso gli animi della panchina bavarese. Infatti, a pochi giorni dal fischio d’inizio, la tensione era già palpabile a causa delle polemiche della vigilia riguardanti il fitto calendario, ma è stato il direttore di gara, Pinheiro, a diventare il protagonista indesiderato della prima frazione di gioco. Al trentesimo minuto, un incidente che ha visto coinvolto Nuno Mendes – già ammonito – scatena la furia di Vincent Kompany: il terzino ferma di fatto una ripartenza toccando il pallone con la mano, un gesto che per i padroni di casa vale senza dubbio il secondo cartellino giallo e la conseguente espulsione. L’arbitro, però, ravvisa un fallo precedente a favore dei parigini, suscitando l’ira dei giocatori del Bayern che circondano il direttore di gara. A nulla è servita la successiva richiesta di rigore per un tocco di braccio di Joao Neves all’interno dell’area, giudicato dal VAR come non punibile in quanto pallone inaspettato e braccio in posizione naturale. Due episodi che, seppur non decisivi per la matematica del passaggio del turno vista l’inferiorità numerica del Monaco nel computo totale delle reti (6-5 per i francesi), hanno alimentato il senso di impotenza di una squadra che ha comunque lottato fino all’ultimo secondo, trovando la gioia del pareggio con Kane che però sapeva solo di consolazione.

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