Mps, il “libero tutti” dopo la rottura del fronte: Lovaglio vince la partita del voto

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Qualcosa, nel disegno perfetto che aveva riallineato gli assetti di Palazzo Chigi con quelli dei grandi azionisti privati, non ha funzionato. Il fronte compatto – lo stesso che era riuscito a scalare il Monte dei Paschi per poi puntare su Mediobanca e, attraverso questa, a insidiare la governance di Generali – si è infranto proprio nel momento cruciale della conta assembleare. L’esito del voto di ieri a Siena, che ha visto la netta affermazione della lista di Plt Holding (la famiglia Tortora) con il 49,95% delle deleghe, ha fotografato senza possibilità di appello lo scisma tra i due pesi massimi dell’operazione, Francesco Gaetano Caltagirone e Francesco Milleri di Delfin, spalancando le porte a un rischio concreto per gli equilibri futuri: quello del “liberi tutti”.

Il mercato ha votato, e il responso delle urne finanziarie ha ridisegnato la governance del Monte dei Paschi di Siena assegnando otto seggi alla lista di Plt Holding, sei alla lista del Consiglio di amministrazione uscente e uno a quella di Assogestioni. Questo risultato, che in apparenza potrebbe sembrare una maggioranza risicata (otto a sette), produce invece una situazione paradossale di “scarsa governabilità” che costringe le due anime contrapposte del consiglio – la lista del socio Tortora e quella ex Cda – a cercare una concordia forzata, pena la paralisi di un istituto appena uscito da una delicatissima fase di risanamento.

L’asse rotto e la mossa decisiva di Delfin

La grande cesura si è consumata proprio sul nome di Luigi Lovaglio, il banchiere di lungo corso (oltre quarant’anni di carriera tra Polonia e Italia) che era stato estromesso dalla lista del board uscente lo scorso marzo, in un clima di crescente tensione per via delle inchieste giudiziarie sulla scalata a Mediobanca. Contro ogni pronostico, che voleva un’astensione o un favoreggiamento verso la candidatura dell’azionista Caltagirone (che sosteneva Fabrizio Palermo), Delfin – la holding degli eredi Del Vecchio guidata da Francesco Milleri – ha invece voltato le spalle all’alleato storico.

Con il suo 17,5% (e con il contributo decisivo del 3,7% di Banco Bpm), Milleri ha di fatto sbarrato la strada al gruppo dell’imprenditore-editore romano, consegnando a Lovaglio la poltrona che gli era stata strappata poche settimane fa. Le ragioni di questa scelta affondano le radici in un calcolo che va ben oltre il perimetro della banca senese: votare Lovaglio significa per Delfin mantenere una presa salda su Generali (dove la holding possiede circa il 10,5% contro il 6,3% di Caltagirone) e su quel progetto di rilancio dell’accordo di bancassurance in scadenza con Axa, che potrebbe essere riconvertito in favore del Leone di Trieste.

Il peso dell’inchiesta e la telefonata che ha cambiato tutto

Naturalmente, in questo scacchiere a tre dimensioni, non si può prescindere dal clima pesantissimo delle inchieste milanesi. I pm del pool reati finanziari, guidati dal procuratore aggiunto Roberto Pellicano, hanno già iscritto Lovaglio, Caltagirone e lo stesso Milleri nel registro degli indagati per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza in relazione all’operazione che ha portato Mps a impadronirsi di Mediobanca. In questo contesto, l’ostentazione di una rottura pubblica tra Delfin e Caltagirone assume i contorni di una mossa tattica: dimostrare che quell’intesa occulta ipotizzata dalla Procura, quel presunto concerto violando le norme sui patti parasociali, non esiste o, quantomeno, non regge più.

Un ruolo di primo piano è stato giocato anche dalle telefonate di Vittorio Grilli, l’attuale presidente di Mediobanca, il quale ha operato dietro le quinte per ricucire uno strappo che rischiava di delegittimare l’intera architettura del risiko bancario voluto dal governo. Tuttavia, nonostante questi tentativi di mediazione, il voto di ieri ha dimostrato che la compattezza iniziale – quella che aveva allineato gli interessi del Mef e di Palazzo Chigi con quelli degli azionisti “storici” – era solo una congiuntura astrale, destinata a dissolversi sotto la pressione degli interessi specifici.

Il nuovo consiglio e il futuro dell’operazione

Con questo nuovo equilibrio, il Consiglio di amministrazione entrante vede seduti al tavolo figure di spicco come Cesare Bisoni, l’ex ministro Corrado Passera, e lo stesso Nicola Maione (che, pur essendo stato eletto nella lista perdente, ha prontamente ritirato la sua candidatura alla presidenza per evitare un conflitto istituzionale). La presenza di otto consiglieri espressi dalla lista di Plt Holding garantisce a Lovaglio un margine di manovra sufficiente per riprendere in mano il timone e portare avanti il suo piano industriale, quello stesso piano che punta a integrare Mps e Mediobanca creando un terzo polo capace di competere con i giganti del credito.

L’applauso scrosciante e il coro “Lovaglio, Lovaglio” che hanno accolto l’annuncio del risultato nell’aula di Siena raccontano meglio di qualsiasi dato la percezione della base: i piccoli azionisti, spesso dimenticati in queste partite di vertice, hanno visto nel manager lucano l’artefice del risanamento che ha salvato la banca più antica del mondo. La partita, però, è solo agli inizi. La rottura tra Delfin e Caltagirone lascia sul terreno macerie politiche e finanziarie, mentre le procure continuano a scandagliare i documenti per verificare se l’ascesa di Mps su Mediobanca sia stata una normale operazione di mercato o un gigantesco accordo sottobanco.

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