Banca fantasma del narcotraffico: indagine e 100 milioni a Prato
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Redazione Interno
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La banca fantasma del narcotraffico scoperta nel distretto industriale di Prato avrebbe movimentato tra gli 80 e i 100 milioni di euro ogni anno secondo gli investigatori, operando come un sistema clandestino senza insegne, filiali, conti correnti o alcuna autorizzazione ufficiale. L’organizzazione, descritta come una banca illegale a guida cinese, sarebbe stata in grado di garantire trasferimenti rapidi e invisibili legati al narcotraffico internazionale e a pagamenti in nero tra aziende, con un meccanismo privo di qualsiasi forma di vigilanza. Il sistema, secondo l’inchiesta coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Firenze e dalla Procura di Prato, si sarebbe inserito in un circuito criminale più ampio, coinvolgendo gruppi mafiosi e reti di traffico di droga.
Il sistema clandestino e i flussi finanziari da 100 milioni
Secondo le ricostruzioni investigative, la banca illegale avrebbe operato come un centro di compensazione parallelo, capace di gestire pagamenti anonimi e trasferimenti di denaro senza lasciare tracce nel sistema bancario ufficiale. Il volume stimato dei flussi, tra gli 80 e i 100 milioni di euro l’anno, sarebbe stato legato soprattutto a transazioni connesse allo spaccio internazionale di droga e a scambi commerciali in nero tra aziende, in particolare nel settore tessile. Il metodo utilizzato, privo di registrazioni formali, avrebbe consentito di muovere capitali tra soggetti diversi mantenendo l’anonimato delle operazioni e riducendo la tracciabilità dei movimenti finanziari.
Il sistema sarebbe stato utilizzato, secondo l’accusa, da diverse organizzazioni criminali, tra cui gruppi legati alla ’ndrangheta, alla camorra e alla Sacra Corona Unita, oltre a gang albanesi. Tra i presunti beneficiari figura anche un clan attivo nel Salento, indicato come vicino alla Sacra Corona Unita. La struttura, definita dagli inquirenti come una vera e propria “banca fantasma”, avrebbe così svolto un ruolo di intermediazione finanziaria per il riciclaggio dei proventi illeciti, garantendo una circolazione rapida del denaro all’interno di reti criminali transnazionali.
L’operazione a Prato, gli arresti e i sequestri
L’inchiesta denominata “Easy Money”, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Firenze insieme alla Procura di Prato, ha portato allo smantellamento del sistema e all’esecuzione di 41 arresti. Gli indagati sono accusati a vario titolo di narcotraffico, immigrazione clandestina e riciclaggio, con un impianto investigativo che ha ricostruito il funzionamento della rete finanziaria illegale. L’operazione si è concentrata sul distretto industriale di Prato, dove il sistema sarebbe stato radicato e operativo attraverso canali informali di pagamento.
Nell’ambito delle attività investigative sono stati sequestrati circa 60 milioni di euro a 27 degli indagati, una misura che rappresenta uno dei passaggi centrali dell’inchiesta. Le autorità hanno evidenziato come i flussi finanziari intercettati fossero collegati a movimentazioni di denaro legate al traffico di stupefacenti e a scambi commerciali non tracciati. Il quadro emerso descrive un sistema strutturato, capace di operare su larga scala e di supportare economie criminali attraverso un circuito parallelo rispetto alla finanza regolamentata.
Hawala e pagamenti anonimi nel riciclaggio internazionale
Il meccanismo individuato dagli investigatori si sarebbe basato anche sull’utilizzo del metodo informale “hawala”, un sistema di trasferimento di denaro privo di tracciabilità bancaria e basato su compensazioni tra intermediari. Questo schema avrebbe permesso di effettuare pagamenti occulti senza passare attraverso canali finanziari ufficiali, garantendo rapidità e anonimato nelle transazioni. La struttura, secondo quanto emerso, avrebbe così facilitato il collegamento tra domanda e offerta di servizi finanziari illegali in diversi contesti criminali.
All’interno dello stesso circuito sarebbero confluite operazioni legate al narcotraffico internazionale e a scambi di merci tra aziende, in particolare nel comparto tessile. La capacità di muovere grandi somme di denaro senza controllo avrebbe rappresentato un elemento centrale del sistema, che si sarebbe inserito in una rete più ampia di economia sommersa. Il quadro delineato dall’inchiesta evidenzia un modello operativo basato su anonimato, velocità di esecuzione e assenza di tracciabilità, elementi che hanno consentito alla rete di agire in modo stabile fino all’intervento delle autorità.




