Narvaez e Ciccone, la festa rosa si tinge di due colori a Cosenza

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Non c’è stata storia, nella prima frazione interamente italiana di questo Giro d’Italia, per l’ecuadoriano Jhonatan Narvaez, che ha tagliato il traguardo di Cosenza tra due ali di folla – quella calabrese, va detto, non lesina mai il proprio calore neppure quando il sole picchia duro sull’asfalto – portandosi a casa il suo terzo successo personale nella Corsa Rosa. Un trionfo, il suo, costruito con le gambe ma anche con la testa, perché nell’immediato retrobottega della volata ristretta che ha deciso la tappa c’è stata un’altra mossa, meno vistosa ma altrettanto pesante per la classifica generale: quella di Giulio Ciccone, terzo al traguardo, che ha saputo spillare gli abbuoni necessari per strappare il simbolo del primato a un Guillermo Thomas Silva costretto, suo malgrado, a cedere la maglia dopo due giorni da leader assoluto.

Il ribaltone silenzioso di Cozzo Tunno

La salita di Cozzo Tunno, lo si era capito già dalla tabella di marcia, rappresentava un ostacolo forse insormontabile per le ruote veloci del gruppo: così è stato, puntuale come un orologio svizzero. Quel Gpm, con le sue pendenze cattive e la posizione ideale a pochi chilometri dall’arrivo, ha infatti innescato un vero e proprio terremoto in classifica, selezionando senza alcuna pietà gli uomini migliori e lasciando sul posto chi, come il portacolori della Lidl-Trek, aveva invece programmato l’allungo decisivo. Ciccone, che quella maglia l’ha sempre cercata senza mai riuscire a indossarla, alla fine ha visto tornare tutto – e quando dico tutto intendo anche i fantasmi del passato, quelli che lo hanno visto esultare da ragazzo a Sestola con la Bardiani e poi urlare di dolore a Gorizia lo scorso anno, quando una caduta brutale lo estromise dalla lotta per il podio finale.

Un rapporto di amore e odio con la Corsa Rosa

Per l’abruzzese, lo sappiamo, il Giro è stato storicamente un territorio di contraddizioni: lo ha lanciato tra i grandi, lo ha creato come corridore da classiche brevi e da tappe di montagna, ma poi lo ha anche ferito nel profondo, respingendolo nel momento di massima ascesa. Ora, con quella maglia rosa addosso – che qualcuno, come il noto commentatore Magrini nella sua “Fagianata”, aveva definito come un obiettivo improbabile in ottica classifica generale, salvo poi ammettere che “magari…” – Ciccone si trova a gestire una responsabilità inedita. Non è un segreto che abbia già battuto corridori del calibro di Roglic ed Evenepoel, né che sia arrivato secondo alla Liegi; ciò che conta, adesso, è vedere fino a dove riuscirà a spingere questa leadership. C’è chi, come l’ex campione del mondo Mario Cipollini, commentando la tappa per Malpensa24 si è limitato a un secco “bello così”, sottolineando però il lavoro poderoso della Movistar, la quale ha imposto un ritmo forsennato sulla salita principale di giornata, condizionando di fatto le scelte di molti.

La zampata di Cipollini e le dinamiche di squadra

Dalle parole del Re Leone, peraltro, emerge anche un altro aspetto, spesso trascurato in una cronaca puramente agonistica: la tensione interna, per esempio, a certi team di primissimo piano come la UAE, dove gli equilibri tra i rispettivi capitani non sempre appaiono lineari. Cipollini, con la consueta schiettezza, non ha nascosto come la frazione di Cosenza sia stata non solo uno spettacolo – con arrivi in volata ristretta e abbuoni pesanti come macigni – ma anche un laboratorio di strategie implicite. Ciccone, dal canto suo, non cerca la classifica per vocazione, eppure eccolo lì, al comando di una corsa che non gli ha mai regalato niente. L’augurio, che circola tra gli addetti ai lavori senza mai diventare pronostico, è che possa tenere quella maglia almeno fino a dopo Corno alle Scale: perché poi, quando la rosa è addosso, si sa, può succedere di tutto, e non sempre quel “tutto” è governabile dalla ragione.

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