109° Giro d’Italia, la prima volta in Calabria regala la maglia rosa a Giulio Ciccone

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Il ritorno in Italia del Giro d’Italia, dopo l’avvio tecnico sulle strade bulgare, ha coinciso con la prima vera scossa alla classifica generale, quella che nessun pronostico della vigilia avrebbe potuto immaginare con una tale limpidezza. Sul traguardo di Cosenza, che ieri ha ospitato la quarta tappa dell’edizione numero 109, sono arrivati in volata ristretta l’ecuadoriano Jhonatan Narvaez e il venezuelano Orluis Aular, ma lo sguardo di tutti – e lo certifica la cronaca – era puntato sul terzo uomo di quella volata, quel Giulio Ciccone che da professionista navigato aveva sempre inseguito la leadership della corsa rosa senza mai riuscire ad afferrarla. La frazione di 138 chilometri da Catanzaro a Cosenza, che ha preso il via dall’allestito “Start Village” presso il Parco della Biodiversità, non era certo la più temibile del lotto dal punto di vista altimetrico, eppure il vento e la strategia offensiva di alcune formazioni – in primis la Movistar – hanno trasformato la salita di Cozzo Tunno in un setaccio, lasciando sul terreno un gruppone di velocisti puri e, particolare ben più rilevante, l’uruguaiano Guillermo Thomas Silva, maglia rosa uscito malconcio dalla trasferta balcanica. Per l’ex leader, un crollo verticale concluso con un distacco superiore ai dieci minuti, un abisso che ha cambiato completamente il volto del Giro.

La scossa della Movistar e il crollo della maglia rosa

Il copione tattico della giornata si è composto in due atti distinti, il primo dei quali ha visto una fuga di sei corridori – tra cui il transalpino Warren Barguil – cercare di guadagnare la fuga buona, salvo poi essere inglobata quando il passo del plotone si è fatto improvvisamente brutale. A imprimere quella svolta decisiva è stato il ritmo imposto dalla Movistar sulla salita di seconda categoria, un’ascesa le cui pendenze, toccando punte dell’11%, hanno spezzato il gruppo in una maniera quasi chirurgica: i velocisti sono saltati uno dopo l’altro, e con loro ha ceduto definitivamente lo stesso Silva, la cui maglia rosa era fin lì sembrata solida ma che alla prima ascesa selettiva del Giro ha dovuto alzare bandiera bianca. Il corridore della XDS Astana ha concluso la sua giornata in fondo al gruppo, lontano anni luce dai battistrada, sancendo di fatto la fine del suo breve regno al comando. Da quel momento, la corsa si è trasformata in una competizione a ranghi ridotti, con una quarantina di uomini – i soli sopravvissuti a quella selezione – pronti a giocarsi non solo la tappa ma anche gli abbuoni preziosi per la graduatoria generale.

Narvaez si prende la tappa, Ciccone corona il sogno

Negli ultimi chilometri, che hanno lambito il cuore pulsante di Cosenza, lo sprint non è stato una formalità ma un percorso a ostacoli mentali oltre che fisici. Il giovane svizzero Jan Christen ha provato l’allungo a duemila metri dal traguardo, un tentativo che non gli è riuscito ma che ha spianato la strada al compagno di squadra Narvaez; l’ecuadoriano, già vincitore di due tappe in passato alla Corsa Rosa, ha dimostrato un cinismo esemplare, attendendo che Aular – lanciatosi troppo presto dalla scia della Movistar – esaurisse la propria spinta per poi saltarlo a pochi metri dalla linea. E in quella stessa volata, Ciccone ha sfruttato lo slancio per piazzarsi alle spalle dei due sudamericani, un terzo posto che, unito agli abbuoni conquistati nel corso della frazione, gli è valso la classe generale. La sua nuova classifica recita sedici ore, diciotto minuti e cinquantuno secondi, con un margine di quattro secondi sullo stesso Christen – passato al secondo posto – e addirittura di appena sei lunghezze sui primi inseguitori.

“Era il sogno di quando ero bambino”, l’abruzzese si commuove

A trentun anni, con undici stagioni da professionista sulla coscienza e due esperienze da maglia gialla al Tour de France alle spalle, Giulio Ciccone ha finalmente potuto toccare quella maglia rosa che inseguiva fin dal suo primo Giro nel lontano 2016, e l’ha fatto in una maniera che neanche la sceneggiatura più romantica avrebbe potuto scrivere. Ai microfoni della Rai, l’abruzzese – che conta già tre vittorie di tappa al Giro e la classifica scalatori al Tour del 2023 – ha raccontato la difficoltà nel trovare le parole per descrivere l’emozione del momento, confessando di aver iniziato a sognare quella maglia fin dalle prime pedalate da bambino. Con gli occhi ancora lucidi, Ciccone ha parlato di un traguardo arrivato quasi inaspettatamente, in un’età matura della carriera dove i sogni cedono spesso il passo al più concreto senso del dovere, ma che invece per lui rappresenta una sorta di rivincita esistenziale dopo gli infortuni e le stagioni spese a inseguire senza mai afferrare del tutto. Lo si è visto al traguardo baciare quel simbolo rosa con la stessa tenerezza di un debuttante, quasi a volersene prendere cura piuttosto che a farne uno strumento di calcolo per la classifica finale, senza farsi scrupolo di lanciare occhiali e fulmini al pubblico – un vezzo che gli è costato multe in passato – in un tripudio di affetto sincero che solo le strade del Sud Italia sanno regalare. Da domani, con la corsa che si addentra in territori ben più impervi, la difesa di quel simbolo sarà un’altra storia, ma per una notte al ciclismo italiano è bastato così: vedere un figlio d’Abruzzo toccare il cielo con la bicicletta in una piazza cosentina assolata, mentre il vento calabrese portava via l’ultimo respiro della vecchia classifica.

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