L’incendio alla Delca Energy e il paese delle finestre chiuse: a Lugnano l’aria che sa di plastica e la paura silenziosa dei residenti
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Redazione Interno
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A Lugnano, frazione di Vicopisano che conta poche centinaia di anime e che da due giorni sembra aver tirato giù le saracinesche della propria quotidianità, le tapparelle restano abbassate fino in fondo, le strade sono semivuote e i pochi passi che si odono, quelli dei residenti diretti al piccolo alimentari per la spesa quotidiana, appaiono più accelerati del solito, quasi a voler tagliare il tracciato di un paese che, per la prima volta dopo anni, ha riscoperto il sapore acre della paura ambientale.
A dominare la scena, avvolgendola come una coltre immobile, è il ricordo tangibile – e per molti versi traumatico – del fumo nero sprigionato dall’incendio che l’8 giugno ha colpito l’impianto della Delca Energy, situato a poche centinaia di metri dalle prime abitazioni, dove erano accatastate oltre duemila tonnellate di materiale plastico destinato al riciclo; una massa, quella dei rifiuti, che ha alimentato le fiamme per ore, generando una colonna di combustione visibile fino a Livorno e risvegliando negli anziani del posto il fantasma delle restrizioni legate alla pandemia, tanto che più di
Un residente, come si sente dire tra i pochi che osano uscire, mormora: “Mi ricorda il Covid”.
La bonifica in corso e i numeri dell’emergenza
Sono ormai trascorse oltre quarantotto ore dall’innesco del rogo, avvenuto alle prime luci dell’alba nella zona industriale di via Masaccio, e mentre le operazioni di spegnimento entrano nella loro fase finale – con i vigili del fuoco ancora impegnati a rimuovere il materiale incombusto per evitare pericolose riaccensioni – l’attenzione si è inevitabilmente spostata sulle conseguenze ambientali di un disastro che, per fortuna, non ha causato vittime né feriti, ma che ha messo a dura prova il tessuto sociale e produttivo di un territorio storicamente vocato all’agricoltura
. La Delca Energy, lo ricorderemo, si occupa del recupero e della trasformazione dei rifiuti plastici, e il magazzino andato a fuoco conteneva centinaia di cosiddette “ecoballe”, quei parallelepipedi di plastica pressata dal peso di diverse decine di chili ciascuno che, una volta avvolte dalle fiamme, hanno trasformato il capannone in un forno impossibile da domare in poche ore, richiedendo l’intervento di rinforzi dai comandi di Lucca, Pistoia e Livorno e l’utilizzo di mezzi speciali con liquido schiumogeno.
I numeri di Arpat, tra dati confortanti e cautela
Dal punto di vista tecnico, l’Agenzia regionale per la protezione ambientale della Toscana (Arpat) ha fornito nelle ultime ore i primi aggiornamenti ufficiali riguardanti la qualità dell’aria, aggiornamenti che, sebbene ancora parziali, hanno comunque offerto qualche elemento di relativa tranquillità.
Le centraline posizionate a Pisa e Santa Croce sull’Arno, distanti rispettivamente una decina di chilometri a ovest e quindici a est dal rogo, hanno infatti rilevato per il biossido di azoto un lieve incremento fino a 25 µg/m³ – un valore che rimane abbondantemente al di sotto del limite di legge fissato a 200 µg/m³ – mentre per quanto riguarda le polveri sottili, le Pm10 hanno sfiorato picchi superiori a 20 µg/m³ e le Pm2,5 si sono attestate fino a 14 µg/m³, anch’esse largamente inferiori ai limiti normativi (50 e 25 µg/m³).
Questo significa, spiega l’Arpat, che sebbene l’incendio sia stato probabilmente il responsabile di questi moderati innalzamenti – e quindi il legame causa-effetto non sia messo in dubbio – gli incrementi registrati sono tali da poter essere definiti “scarsamente significativi” per la salute pubblica, almeno stando ai dati raccolti finora.
Il fronte agricolo e la preoccupazione del distretto rurale
Nonostante questi primi riscontri, che hanno comunque ridotto il clima di allarme generalizzato, la tensione rimane altissima soprattutto tra gli operatori del settore primario, quelli che guardano alla terra e ai suoi frutti con un’ansia maggiore rispetto al semplice abitante del paese.
È in questo contesto che si inserisce la presa di posizione del Distretto Rurale Monte Pisano e Piana di Pisa, il quale, in una nota inviata sia alla Regione Toscana che al direttivo dell’Arpat, ha espresso “attenzione e preoccupazione” per le possibili ricadute dell’incendio sulle coltivazioni e sugli allevamenti, chiedendo a gran voce che i monitoraggi ambientali vengano estesi anche ai terreni agricoli, ai corsi d’acqua e ai pascoli, e che tutti i dati raccolti vengano resi pubblici con la massima trasparenza per evitare i pericoli della disinformazione.
Del resto, come sottolineato dalla stessa associazione di categoria, il territorio del Monte Pisano è caratterizzato da una fitta rete di aziende agricole e agroalimentari che contribuiscono in modo decisivo all’economia locale; e in attesa dei risultati delle analisi sui campioni di vegetazione – che l’Arpat ha già provveduto a prelevare il 9 e il 10 giugno analizzando foglie di insalata, zucchine, alberi da frutto e persino esemplari di vite selvatica alla ricerca tracce di IPA, PCB, diossine e furani – l’unica certezza, per ora, è che a Lugnano si continuerà a vivere con le finestre
Sprangate.




