Beirut, tra le macerie della periferia sud mentre i raid israeliani si intensificano

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Le strade della periferia sud di Beirut si sono risvegliate, ancora una volta, ricoperte di macerie. Edifici distrutti, alcuni dei quali crollati su sé stessi dopo attacchi mirati che l’esercito israeliano ha definito come operazioni selettive contro infrastrutture di Hezbollah, costellano ora un paesaggio urbano che sembra spettrale. I nuovi raid, giunti nella notte, sono stati preceduti da avvertimenti delle forze di difesa israeliane che annunciavano un’offensiva imminente in quella che è storicamente considerata una roccaforte del movimento sciita. I caccia a bassa quota hanno fatto tremare i vetri della capitale, mentre colonne di fumo si alzavano da una zona già pesantemente segnata dai precedenti bombardamenti e che, di fatto, si presenta largamente deserta a causa dell’esodo dei residenti fuggiti nei giorni scorsi.

La strategia dei raid mirati e l’escalation nei territori

Le operazioni militari, che rientrano in una campagna più ampia iniziata il 2 marzo, non hanno risparmiato neppure le infrastrutture logistiche. L’esercito israeliano ha diffuso nelle ultime ore un video che documenta un attacco aereo contro una stazione di servizio nel sud del Libano, utilizzata – secondo quanto dichiarato dalle stesse fonti militari – dai militanti di Hezbollah. L’uso di questi filmati, che mostrano singoli palazzi o obiettivi puntuali crollare, sembra voler sottolineare la natura chirurgica degli attacchi, sebbene le immagini dal terreno mostrino una devastazione diffusa che ha trasformato interi quartieri in cumuli di cemento e ferro contorto. A Bshamoun, località a sud della capitale, un attacco ha causato la morte di almeno due persone, secondo quanto riferito dal ministero della Salute libanese, mentre in altre aree della periferia sud si contano nuovi edifici distrutti.

Bilancio umano e la risposta missilistica iraniana

Il costo umano di questa offensiva, iniziata poco più di tre settimane fa, ha raggiunto cifre drammatiche. I dati forniti dal ministero della Salute libanese parlano di almeno 1.072 morti e quasi 3.000 feriti dall’inizio dell’escalation; tra le vittime figurano oltre un centinaio di bambini, un numero che testimonia l’impatto del conflitto sulla popolazione civile. L’intensificarsi dei raid israeliani in Libano si inserisce in una dinamica di guerra regionale a più ampio raggio, con l’Iran che ha risposto annunciando una “nuova ondata di missili” contro Israele. Le sirene sono risuonate a Tel Aviv, dove un edificio residenziale è stato colpito, mentre l’aviazione israeliana ha a sua volta preso di mira obiettivi nel cuore dell’Iran, compresi impianti legati all’intelligence e gasdotti nel sud del paese. Sul terreno, lungo il confine meridionale del Libano, i combattimenti proseguono con Hezbollah che rivendica il lancio di razzi contro le postazioni dell’esercito israeliano e le località del nord.

Le diplomazie parallele e le smentite di Teheran

Sullo sfondo di questa escalation militare, che ha visto Israele estendere le proprie operazioni fino a colpire sette zone diverse della periferia sud di Beirut in un solo giorno, il quadro diplomatico appare dominato da contraddizioni. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha parlato di conversazioni “produttive” con l’Iran, annunciando persino un rinvio di cinque giorni degli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane in virtù di presunti negoziati in corso. Da Teheran, tuttavia, è arrivata una smentita netta. Il presidente del Parlamento iraniano ha definito le dichiarazioni americane “fake news”, accusando Washington di tentare di manipolare l’opinione pubblica e i mercati, mentre i Guardiani della Rivoluzione hanno parlato di “operazioni psicologiche”. Nonostante il rinvio annunciato da Trump, i media iraniani hanno riportato che alcuni impianti del gas sono stati colpiti in territorio iraniano, segno che nonostante le aperture verbali, le ostilità sul campo continuano a dettare la realtà degli eventi.

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