Guerra in Iran, scattano le restrizioni sul carburante in quattro aeroporti italiani

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La morsa del conflitto in Medio Oriente, un teatro bellico che si estende ben oltre i confini regionali, ha iniziato a stringersi anche sui cieli italiani. Sono scattate, seppur in sordina rispetto al clamore di altre emergenze, le prime significative limitazioni al rifornimento di carburante per i velivoli in partenza da Bologna, Milano Linate, Treviso e Venezia. L’allarme, tradotto in un linguaggio tecnico ma inequivocabile, è stato diramato da Air BP Italia – la società che opera per conto del colosso britannico Bp – attraverso un Notam, ovvero quel bollettino aeronautico che ha lo scopo di mettere in guardia le compagnie aeree sui rischi operativi imminenti. La validità del provvedimento è stata fissata fino al prossimo 9 aprile, una scadenza che al momento appare più come una prima verifica che come un termine certo per la fine dei disagi.

Priorità ai voli di Stato e alle emergenze sanitarie

La direttiva emanata da Air BP Italia, lungi dall’essere una semplice raccomandazione, stabilisce una gerarchia rigida nell’erogazione del prezioso Jet A1, il cherosene necessario per alimentare i motori. In pratica, la società ha spiegato che il diritto al rifornimento non sarà uguale per tutti: la precedenza assoluta verrà accordata ai voli ambulanza (quelli che spesso trasportano pazienti in gravi condizioni), ai voli di Stato e a quelli la cui durata stimata supera le tre ore di volo. Per tutti gli altri, invece, si prospetta una situazione di oggettiva incertezza. In scali come Bologna e Treviso, la situazione si fa più severa, con un tetto massimo di 2.000 litri per aeromobile; una quantità che, per un comune Airbus A320, garantisce meno di sessanta minuti di autonomia, rendendo di fatto impossibile raggiungere la Sicilia senza una sosta tecnica.

L’effetto domino dello Stretto di Hormuz

La ragione di questa stretta, sebbene i comunicati ufficiali tendano a minimizzarla, affonda le sue radici nella sabbia rovente del Golfo Persico. Il blocco dello Stretto di Hormuz, quel passaggio obbligato attraverso il quale viaggia una fetta sostanziosa del greggio mondiale, ha interrotto i flussi regolari di materia prima verso le raffinerie europee. Sebbene l’Italia importi direttamente quantità limitate di petrolio greggio da quella specifica area, la dipendenza diventa critica quando si parla di prodotti raffinati: il 40% del carburante per jet e del gasolio che arriva in Europa proviene proprio da quegli impianti situati a valle del Golfo. Air BP Italia, che rifornisce una quota importante degli scali nazionali, ha dovuto quindi razionare le scorte, dando priorità a chi, come i voli di lungo raggio, non ha alternative tecniche per rientrare alla base.

L’incognita dei prezzi e la reazione a catena

Parallelamente ai limiti fisici alle pompe, il mercato sta registrando una scossa tellurica sui costi. Il prezzo del biglietto aereo, già di per sé volatile, ha subito un’impennata media che in molte tratte tocca il 30%, un effetto diretto del rincaro del petrolio che ha superato la soglia dei 94 dollari al barile nei giorni più caldi del conflitto. Le prime limitazioni italiane, insomma, non sono che la punta dell’iceberg di una crisi logistica globale. La chiusura virtuale di Hormuz sta costringendo le petroliere a circumnavigare l’Africa, allungando i tempi di trasporto e prosciugando le riserve locali. Mentre la politica internazionale si interroga sulle prossime mosse, i gestori aeroportuali italiani hanno iniziato a fare i conti con una realtà fatta di numeri e litri, dove l’efficienza della macchina dei trasporti si scontra con la geografia della guerra.

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