La frana di Niscemi, una ferita strutturale che non trova pace

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L'immagine dell'auto che, domenica scorsa, è scivolata nel dirupo aperto dalla frana a Niscemi è diventata, suo malgrado, il simbolo di una vulnerabilità che appare ormai endemica. Quella vettura, abbandonata sull'orlo del nulla mentre il terreno continuava a cedere, racconta più di molti dati la condizione di precarietà in cui versano ampie porzioni del territorio, non solo siciliano. Il ministro per la Protezione civile, Nello Musumeci, nel corso di un'informativa al Senato, ha fornito i numeri di un'emergenza che definire tale è quasi riduttivo: in Sicilia, nove comuni su dieci presentano infatti aree classificate ad alto rischio frana, una percentuale che fa comprendere la portata sistemica del fenomeno.

Una crisi che ha radici profonde

"Il rischio frane in Sicilia non è emergenziale ma strutturale", ha dichiarato Musumeci, una frase che, nella sua apparente durezza, fotografa una realtà innegabile. Le sue parole, se da un lato rimarcano una fragilità consolidata nel tempo, dall'altro escludono che si possa affrontare la questione con la logica dell'intervento straordinario e una tantum. Il movimento franoso che interessa Niscemi, del resto, è l'esempio più eclatante di come la natura, quando trova un territorio reso fragile, possa innescare processi di una violenza inaudita e di dimensioni impressionanti. Lo stesso ministro ha infatti riferito che, dopo una "repentina accelerazione" registrata nella mattinata del 25 gennaio, la larghezza complessiva del coronamento della frana ha superato i quattro chilometri, un dato che dà la misura della trasformazione violenta del paesaggio.

Le risorse ci sono, ma servono progetti condivisi

Di fronte a scenari di questa portata, la risposta non può che essere altrettanto strutturata e coordinata. Musumeci ha voluto sgombrare il campo da ogni equivoco, specificando che per il Governo Meloni la vicenda di Niscemi "non è una questione legata a risorse finanziarie". Le risorse, ha assicurato, ci sono e sono già disponibili. La sfida, semmai, risiede nella capacità di "dare ad un progetto condiviso" con le amministrazioni locali, un percorso sul quale – ha aggiunto il ministro – anche il governo regionale siciliano avrebbe già offerto "ampie disponibilità". È questo il passaggio cruciale: la disponibilità di fondi, da sola, non basta a sanare una ferita della terra che si allarga ogni giorno di più. Occorre una strategia unitaria, un piano che vada oltre le competenze e che sappia intervenire con cognizione di causa su un fenomeno in "continua evoluzione retrogressiva", come è stato tecnicamente definito.

Un quadro nazionale allarmante

Il caso di Niscemi, per quanto grave e sotto i riflettori, non è purtroppo un'eccezione isolata. I dati citati dal ministro, forniti dall'Ispra, dipingono un'Italia in cui oltre il 94% dei comuni si trova in territori esposti a qualche forma di rischio idrogeologico. Si tratta di una percentuale sterminata, che rende l'idea di come il dissesto non sia un problema circoscritto a poche zone critiche, ma una condizione diffusa che interessa la quasi totalità della penisola. La gestione di questa fragilità, quindi, richiede una visione d'insieme e un approccio che sappia coniugare la rapidità degli interventi di protezione civile, necessari durante gli eventi estremi, con la pazienza e la lungimiranza di interventi di prevenzione e di manutenzione del territorio, che sono l'unica vera risposta a una crisi annunciata.

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