Donzelli attacca i compensi di Report: «Alcuni giornalisti guadagnano più del Capo dello Stato»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il responsabile organizzazione di Fratelli d'Italia, Giovanni Donzelli, ha acceso il dibattito sui costi del programma di inchiesta di Rai 3, Report, in un'intervista rilasciata al quotidiano Il Tempo. «Non è mia competenza valutare gli stipendi dei collaboratori di Report, ma colpisce che alcuni giornalisti guadagnino più del Capo dello Stato o dieci volte un poliziotto», ha dichiarato Donzelli, entrando nel vivo di una polemica che sta agitando il servizio pubblico.

Le dichiarazioni del politico di FdI giungono a poche ore dalla pubblicazione, sempre a firma del Tempo, di un'inchiesta che ha messo in luce le cifre percepite da alcuni inviati e collaboratori della trasmissione guidata da Sigfrido Ranucci, scatenando una dura replica della redazione del programma e la promessa di azioni legali.

I numeri dell'inchiesta del Tempo e le polemiche sugli stipendi

Secondo quanto ricostruito dal quotidiano diretto da Daniele Capezzone, che ha definito l'operazione come un'inchiesta sulla trasparenza del denaro pubblico, i costi per la trasmissione sarebbero cresciuti in maniera esponenziale nell'arco di tre stagioni. Nello specifico, stando ai dati pubblicati, tra il 2022 e il 2025 i compensi per la redazione sono passati da circa 2,2 milioni a oltre 2,9 milioni di euro, con picchi per alcuni giornalisti che supererebbero i 300mila euro annui.

«La realtà è che molti di loro incassano più dell'appannaggio annuale spettante al Presidente della Repubblica», ha sottolineato Capezzone, difendendo il lavoro della sua testata. Numeri che hanno immediatamente suscitato reazioni politiche: il deputato di FdI Francesco Filini ha annunciato un'interrogazione parlamentare in Commissione di Vigilanza Rai, parlando di «stipendi letteralmente faraonici» e di «un vero e proprio salasso per le casse del servizio pubblico».

La replica di Report: «Cifre false, sono i costi di produzione»

La risposta della redazione di Report non si è fatta attendere e, con una nota ufficiale, gli inviati e le inviate della trasmissione hanno respinto al mittente l'accusa, annunciando querela nei confronti del quotidiano e di tutte le testate che avessero ripreso quelle informazioni, da loro definite «false e surrettizie». Secondo la ricostruzione dei giornalisti, le cifre pubblicate dal Tempo sarebbero state volutamente gonfiate e non rappresenterebbero affatto gli stipendi individuali, bensì il totale delle spese sostenute per la realizzazione dei singoli servizi.

In una lunga precisazione, la redazione ha spiegato il particolare modello produttivo del programma: «I giornalisti e le giornaliste di Report hanno per la maggior parte contratti di lavoro autonomo a partita IVA con la Rai e autoproducono i propri servizi, pagando di tasca propria i costi di trasferta, di montaggio e tutte le altre spese vive necessarie a condurre per mesi un'inchiesta». Di conseguenza, «una gran parte copre le spese di produzione già sostenute dagli inviati», e questo sistema, scaricando i costi vivi sui professionisti, permetterebbe di abbattere le spese complessive.

Il metodo Ranucci e l'accusa di doppiopesismo

Al di là del dato economico, Donzelli ha voluto incentrare il suo attacco su quello che ha definito il «metodo Ranucci», accusando la redazione di una chiara inversione di rotta rispetto al passato. «L'accanimento senza prove e la scorrettezza fanno parte del metodo Ranucci», ha affermato il politico di FdI, ricordando le inchieste che avevano coinvolto la famiglia Meloni e l'attentato al conduttore. «Dopo l'attentato al conduttore, chiedevano, come un mantra, a FdI di ritirare ogni querela perché attacco alla libertà di stampa.

Adesso, invece, ricorrono alle vie legali per un'inchiesta che ha come unico scopo la trasparenza. Se non è questo doppiopesismo». Un'accusa, quella di aver utilizzato il programma come strumento di attacco politico senza preoccuparsi della riservatezza altrui, per poi improvvisamente riscoprire la parola «riservatezza» quando a essere messi sotto la lente sono i loro stessi compensi.

La redazione di Report, dal canto suo, ha ribattuto alle critiche rivendicando l'efficienza del programma: «Report è la trasmissione di approfondimento giornalistico meno costosa della prima serata Rai, con circa 150 mila euro a puntata, altre nella stessa fascia e sulla stessa rete arrivano a costare il doppio».

Il nodo della raccolta pubblicitaria e i conti mancanti

Tra le pieghe della polemica, un'analisi più approfondita dei numeri solleva però un interrogativo che va oltre il confronto politico. Sebbene i costi di produzione, come segnalato dal quotidiano, siano certamente rilevanti, manca all'appello il dato relativo alla raccolta pubblicitaria generata dal programma. Report, essendo un prodotto di punta del palinsesto, viene venduto agli inserzionisti da Rai Pubblicità e potrebbe generare introiti tali da coprire, e forse superare, le spese di produzione.

Secondo alcune stime effettuate partendo dalle tariffe ufficiali di Rai Pubblicità, anche ipotizzando un abbattimento consistente del listino, il valore teorico degli spot associati al programma nelle tre stagioni analizzate sarebbe superiore ai 7,64 milioni di euro di costi totali denunciati. «Non è una prova che Report produca utili. È la prova che, senza conoscere la raccolta effettiva, il conto non può essere chiuso», si legge nell'analisi pubblicata da Mowmag.

Un elemento che apre uno spiraglio sulla complessità del bilancio di una trasmissione che, a prescindere dalle cifre in ballo, resta al centro di un'accesa battaglia politica e mediatica sul ruolo e i costi del servizio pubblico radiotelevisivo.

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