Legge elettorale, Donzelli attacca le opposizioni: «Pd e M5s rifiutano il confronto»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La partita sulla nuova legge elettorale entra nel vivo, e non potrebbe essere altrimenti considerando che i nodi da sciogliere – dal premio di maggioranza alla soglia di sbarramento, passando per l’eventuale reintroduzione delle preferenze – rischiano di ridisegnare gli equilibri di Palazzo, magari proprio in vista del voto del 2027. In questo scenario di trattative serrate, a rompere gli indugi è Giovanni Donzelli, esponente di spicco di Fratelli d’Italia, che nel corso di un’intervista rilasciata al Corriere della Sera ha scagliato un duro attacco contro il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle. Il suo ragionamento, che rifiuta qualsiasi mediazione, si basa su un presupposto chiaro: la presunta inadeguatezza istituzionale delle forze di opposizione, reatesi, a suo dire, indisponibili a collaborare per scrivere le nuove regole del gioco.

«Partito Democratico e Movimento 5 Stelle – ha dichiarato Donzelli – continuano a dimostrare la loro inadeguatezza istituzionale». L’accusa del parlamentare di FdI è quindi pesante perché tocca il merito stesso del metodo democratico, laddove egli sostiene che i due partiti siano ormai «abituati a prendere il potere senza consenso popolare», affidandosi esclusivamente ai giochi di palazzo. Secondo la ricostruzione fornita dal rappresentante della maggioranza, il tentativo di aprire un tavolo di confronto preventivo sarebbe partito proprio dal governo, salvo poi ricevere un netto rifiuto dall’area progressista. «Ci hanno risposto: “Scrivetela, poi ne discutiamo in commissione”», ha ricordato Donzelli, aggiungendo che, una volta depositato il testo, la protesta si è spostata sulla tempistica, accusando la maggioranza di aver ormai già deciso tutto.

La strada ostile di Calenda e l’analisi del politologo

Se Donzelli alza i toni contro il cosiddetto "campo largo", dall’altra parte dello schieramento politico – o meglio, dal centro – arriva la voce altrettanto critica di Carlo Calenda. Il leader di Azione, in un’altra intervista rilasciata allo stesso quotidiano, ha definito “folle” l’idea di addentrarsi in una discussione tecnica sulla legge elettorale in un momento storico così delicato. Calenda, che evidenzia come il governo stia rischiando di perdere di vista le urgenze reali del Paese, ha sottolineato che parlare di collegi e soglie mentre si combattono guerre, l’inflazione riparte e i tassi della Bce salgono rappresenta quasi un tradimento delle priorità nazionali. «Per i prossimi quattro mesi – ha tuonato – parleremo di una cosa di cui non frega tassativamente niente a nessuno», riferendosi al carrello della spesa e al costo della benzina che restano le vere ossessioni degli italiani.

A gettare ulteriore benzina sul fuoco, però, è l’analisi (asettica ma spietata) del politologo Paolo Natale, consulente di Ipsos, il quale sposta l’attenzione dalle ideologie ai numeri. Secondo Natale, la fotografia degli attuali equilibri politici suggerisce una verità scomoda per i big: saranno i cosiddetti "partitini" a decidere le sorti delle prossime elezioni. Con un divario tra centrodestra e centrosinistra destinato a restare esiguo (forse pochi punti percentuali), figure come Roberto Vannacci o lo stesso Calenda si troveranno nella posizione di poter far pendere il piatto della bilancia da una parte o dall’altra. In pratica, più che la volontà popolare espressa in sé, sarà l’arte dell’accoglierli (o meno) nelle coalizioni a determinare chi governerà, delineando un paradosso che rende la riforma della legge elettorale un tema decisivo per il futuro dell’Italia.

L’azzardo dei giochi di palazzo

Certo, mentre i leader giocano a scacchi, per gli italiani le priorità restano quelle legate all’economia reale: stipendi insufficienti, tasse elevate e un potere d’acquisto che continua a erodersi sono il pane quotidiano ben più della percentuale di sbarramento al 3% o del premio di maggioranza al 40%. Tuttavia, sminuire l’importanza di queste regole sarebbe un errore fatale. La posta in gioco, infatti, non è soltanto la conquista del potere effimero, ma la scelta di fondo su quale principio debba prevalere: se l’indicazione diretta della maggioranza degli elettori o le mediazioni dei partiti al chiuso delle stanze.

Donzelli, insomma, sembra aver tracciato una linea rossa ben precisa, accusando le opposizioni di non credere nemmeno loro di poter prendere più voti di Giorgia Meloni (che siede a Palazzo Chigi da oltre un anno, in quella che ormai è una certezza politica consolidata). «O sperano che la legge passi così com’è mentre fingono di protestare – ha concluso il rappresentante di FdI – oppure non credono nemmeno loro di poter prendere più voti della premier». Un'aut-aut che restituisce l’idea di un clima politico avvelenato, dove la riforma elettorale rischia di diventare più un’arma di distrazione di massa che una vera occasione di miglioramento del sistema, proprio mentre i riflettori si accendono sul destino di quei partiti minori che, come sottolineato da Natale, rappresentano la vera chiave di volta della prossima tornata.

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