La Cassazione: "Scrivere 'genitori' sulla carta d'identità, no a imposizioni discriminatorie"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La Corte di Cassazione ha stabilito che imporre a tutte le famiglie le diciture "padre" e "madre" sui documenti dei minori è «irragionevole e discriminatorio», chiudendo una vicenda giudiziaria iniziata nel 2019, quando un decreto del ministero dell’Interno – voluto dall’allora ministro Matteo Salvini – abolì la generica indicazione "genitori" in favore di termini considerati più tradizionali. La sentenza, depositata il 9 aprile, conferma quanto già deciso dalla Corte d’Appello di Roma, respingendo il ricorso del Viminale e riconoscendo il diritto delle famiglie arcobaleno a vedersi rappresentate in modo conforme alla loro realtà.

Al centro del caso c’è la battaglia legale di Martina Castagnola e Giulia Filibeck, una coppia di donne che nel 2023 aveva ottenuto la stepchild adoption per il figlio della partner, diventandone così genitore a tutti gli effetti. Le due, già impegnate in precedenza per il riconoscimento dei diritti omogenitoriali, avevano contestato l’obbligo di utilizzare "madre" e "padre" sulla carta d’identità del minore, definendolo un atto di «inutile rigidità» che non teneva conto delle diverse configurazioni familiari. La Cassazione, nel ribadire la legittimità della formula "genitori", ha sottolineato come l’imposizione di termini specifici finisca per escludere de facto situazioni ormai riconosciute dalla legge, come quelle delle coppie dello stesso sesso.

Non sono mancate, tuttavia, le polemiche. Paolo Del Debbio, in un commento durissimo, ha accusato la Corte di aver ceduto alla «mera ideologia», sostenendo che la sentenza discrimini «chi vuole farsi chiamare padre e madre». Una posizione che ignora come la normativa sulle carte d’identità risalga al 1931, quando le famiglie omogenitoriali non erano neppure contemplate, e che sembra trascurare il principio per cui i documenti dovrebbero adattarsi alle evoluzioni sociali, non viceversa.

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