L'influenza stagionale stringe la morsa, in Piemonte casi a quota mezzo milione

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Redazione Salute Redazione Salute   -   La curva epidemica, che già si distingue per un esordio anticipato rispetto alle attese, disegna un profilo particolarmente ripido nei grafici compilati dalla rete di sorveglianza regionale, superando con un certo margine i livelli di incidenza registrati nella stessa fase dello scorso anno. Sono quasi cinquecentomila, per la precisione, i piemontesi che da ottobre hanno dovuto fare i conti con febbre alta e dolori articolari, un esercito di malati il cui reclutamento prosegue a ritmo sostenuto come dimostrano gli ottantunmila nuovi casi stimati nell’ultima settimana di osservazione. A pagare il prezzo più alto, in questa fase, risultano essere i ragazzi con meno di quattordici anni, tra i quali il virus sembra diffondersi con maggiore facilità, complici le aggregazioni scolastiche e le difese immunitarie non ancora esposte a certi ceppi. La situazione, d’altronde, non è dissimile in altre regioni: a Firenze, ad esempio, la vicepresidente dell’Ordine dei medici ha confermato come nell’ultimo decennio giorni si sia assistito a un’impennata di contagi, che ha messo a letto interi nuclei familiari, in particolare quelli con bambini piccoli.

Il mix virale che minaccia le feste

A guidare questa ondata anticipata, secondo gli infettivologi, è principalmente la cosiddetta variante K del virus influenzale, un ceppo che mostra una notevole capacità diffusiva e che si sta imponendo sugli altri. A essa si somma, in un pericoloso cocktail, la circolazione concomitante del Sars-Cov-2 e di altri patogeni respiratori cugini, come il virus respiratorio sinciziale, che concorrono ad alimentare il numero complessivo di sindromi. È questo intreccio, più che un singolo agente, a saturare gli studi dei medici di medicina generale e a preoccupare gli operatori sanitari, poiché rende più complessa sia la diagnosi sia la gestione clinica dei pazienti. Ne è una chiara dimostrazione il dato provinciale di Bergamo, dove nella settimana a ridosso del Natale l’incidenza combinata di tutte queste forme ha toccato i 16,4 casi ogni mille residenti, il che si traduce in circa diciottomila persone contagiate in soli sette giorni.

Il parere degli specialisti sulla campagna vaccinale

In un contesto del genere, caratterizzato da una pressione virale così intensa e precoce, la scelta di non aderire alla profilassi stagionale viene giudicata con severità da parte di alcuni clinici. Matteo Bassetti, direttore del reparto di Malattie infettive di un noto ospedale italiano, ha espresso un giudizio netto, definendo “da stupidi” il rifiuto del vaccino, sottolineando come questo strumento rimanga la pietra angolare per prevenire le forme gravi e proteggere i soggetti più fragili. Un’affermazione che risuona con forza mentre il sistema sanitario si prepara a fronteggiare le conseguenze dell’aumento dei contatti sociali, inevitabile durante i cenoni e gli incontri per le festività, che tradizionalmente fungono da volano per la trasmissione dei microrganismi.

La gestione dei casi e lo scenario attuale

L’epidemia, che molti osservatori si aspettavano raggiungesse il suo apice verso fine dicembre, ha invece già mostrato di aver toccato – o di essere molto prossima a toccare – il suo massimo proprio nel cuore delle feste di Natale e Capodanno, trasformando per molti il periodo di vacanza in un obbligato riposo forzato tra lenzuola e termometri. I sintomi, per chi ne viene colpito, sono quelli classici dell’influenza: esordio brusco con febbre elevata, dolori muscolari diffusi, spossatezza marcata e tosse, un quadro che può durare anche diversi giorni e che impone il rispetto di alcune semplici regole, come il riposo e un’adeguata idratazione. Le cronache locali, del resto, hanno già iniziato a raccontare di ospedali sotto pressione e di reparti pediatrici particolarmente affollati, segno tangibile di un’ondata che, pur essendo attesa, nelle sue dimensioni concrete finisce sempre per sorprendere.

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