Nuova convenzione per i medici di famiglia, via libera definitivo dalla Conferenza Stato-Regioni
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Il percorso che porta al rinnovo della convenzione per i medici di medicina generale ha superato l’ultimo, decisivo, scoglio formale. Con il via libera della Conferenza Stato-Regioni, infatti, l’Intesa sottoscritta lo scorso novembre tra le organizzazioni sindacali e la controparte pubblica diviene pienamente operativa, sbloccando di fatto l’Accordo collettivo nazionale che regolerà il settore per il triennio 2022-2024. Una vicenda, questa, seguita con attenzione dagli oltre sessantamila professionisti coinvolti, i quali – operando non solo negli studi di famiglia ma anche nei servizi di continuità assistenziale, nelle emergenze territoriali e persino all’interno degli istituti penitenziari – costituiscono l’ossatura portante del primo livello di risposta sanitaria.
Le novità economiche e organizzative per i professionisti
L’aspetto più immediato dell’intesa, come spesso accade, riguarda il piano economico, che prevede incrementi medi prossimi al sei percento e risorse complessive aggiuntive stabilizzate intorno ai trecento milioni di euro per ogni anno del triennio. A queste si somma, non di secondaria importanza, il recupero degli arretrati maturati, un punto sul quale le rappresentanze hanno a lungo insistito. Il testo, tuttavia, non si limita alla pur essenziale questione retributiva, delineando anche un percorso di maggiore integrazione dei medici all’interno delle nascenti Case di Comunità, strutture cardine della riforma del territorio. Alcuni di loro, poi, potrebbero vedere prolungata la propria attività: è stato avviato, seppur in via separata, un confronto sulla possibilità di estendere fino ai settantadue anni la permanenza in servizio dei medici ospedalieri, una misura che – qualora venisse applicata – avrebbe riflessi significativi anche sulla gestione del personale in ambito territoriale.
Gli effetti per i cittadini e il contesto della riforma territoriale
Le modifiche introdotte dalla nuova convenzione, se da un lato ridefiniscono il rapporto tra il Servizio sanitario nazionale e i suoi professionisti convenzionati, dall’altro producono effetti tangibili anche per i cittadini. Un rafforzamento dell’organico e una migliore definizione delle competenze, ad esempio, possono tradursi in una maggiore capacità di risposta agli utenti, soprattutto se inquadrate nel più ampio disegno di potenziamento dell’assistenza di prossimità. Questo disegno, però, stenta a decollare pienamente. L’architettura della riforma, infatti, era stata tracciata dal Decreto ministeriale 77 del 2022, che aveva il compito di ridisegnare i modelli e gli standard organizzativi del territorio. I primi report di monitoraggio sui piani regionali, tuttavia, evidenziano come la traduzione di quelle indicazioni in strutture e servizi efficaci rimanga, per molte amministrazioni locali, un obiettivo ancora lontano e di complessa realizzazione.
Il cammino ancora in salita della sanità di prossimità
L’approvazione dell’Accordo collettivo nazionale rappresenta dunque un tassello fondamentale, ma non isolato, di un mosaico ben più articolato. Il rischio concreto, che le cronache delle singole regioni talvolta confermano, è che le migliori condizioni contrattuali per i medici, se non accompagnate da un’adeguata e omogenea riorganizzazione dell’offerta sul territorio, possano non bastare a colmare i divari esistenti. La partita vera, quella che determinerà la qualità percepita dai pazienti, si gioca ora sulla capacità di far convergere le risorse economiche appena stanziate, le energie professionali dei medici e la pianificazione regionale verso un modello unitario e solido, superando le diffidenze e le lentezze burocratiche che finora ne hanno rallentato l’attuazione.




