Il braccialetto elettronico per il killer di Messina doveva arrivare oggi. Daniela Zinnanti uccisa con quaranta coltellate.

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La morte di Daniela Zinnanti, una donna di cinquant’anni uccisa a Messina con una quarantina di coltellate, riapre una ferita nel sistema di protezione che, nei casi di violenza di genere, troppo spesso si rivela inadeguato. L’ex compagno, Santino Bonfiglio, un uomo di sessantasette anni che ha confessato il delitto, era stato posto agli arresti domiciliari dopo l’ennesima denuncia della vittima, l’ultima delle quali risaliva allo scorso 5 febbraio, quando Daniela era finita in ospedale con sette costole fratturate, un trauma cranico e ferite da taglio, raccontando agli investigatori un calvario fatto di liti, pestaggi e persino tentativi di soffocamento. Eppure, nonostante la misura cautelare emessa dal gip prevedesse espressamente l’applicazione del braccialetto elettronico, il dispositivo non era disponibile al momento dell’esecuzione del provvedimento, e così Bonfiglio, di fatto, era libero di uscire di casa, come ha fatto lunedì sera per raggiungere l’abitazione della ex compagna e ucciderla. Il tragico paradosso, emerso dalle carte dell’inchiesta, è che quel braccialetto, quello strumento che avrebbe potuto segnalare l’evasione e forse salvare Daniela, sarebbe arrivato oggi, il giorno dopo il delitto.

Un calvario durato mesi tra denunce e violenze

La relazione tra Daniela Zinnanti e Santino Bonfiglio, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti e dalle testimonianze raccolte, era da tempo un alternarsi di rotture e riprese, un legame tossico scandito da una violenza che non conosceva tregua. A maggio del 2025, l’uomo era stato ammonito dal questore di Messina, dopo che aveva colpito la donna con un pugno in testa, facendola cadere a terra e continuando a picchiarla con calci e pugni fino a farle perdere i sensi. Daniela, in quell’occasione, presentò una denuncia, salvo poi ritirarla, in quel tragico copione che vede spesso le vittime incapaci di spezzare del tutto il legame con il proprio aguzzino. La situazione, però, era degenerata ulteriormente nei primi mesi di quest’anno. Il 5 febbraio, l’intervento della polizia nell’abitazione di Bonfiglio fu richiesto dalla stessa Daniela, che venne trovata in condizioni critiche, tumefatta e coperta di sangue, con ferite all’arcata sopraciliare e all’orecchio. Lui, ai poliziotti, cercò di giustificarsi sostenendo che la donna era caduta perché ubriaca.

L’incontro chiarificatore e l’aggressione mortale

Dopo quell’episodio, Daniela trovò la forza di denunciare di nuovo, e questa volta non tornò indietro. La sua testimonianza agli inquirenti dipinge un quadro agghiacciante della convivenza con Bonfiglio, un uomo con precedenti per reati contro la persona e porto d’armi, che la sottoponeva a vessazioni fisiche ed emotive tali da ridurla in uno stato di soggezione. Lei raccontò che, dopo l’ultimo pestaggio, lui era andato in cucina ed era tornato con un coltello dalla lama lunga, puntandoglielo al fianco e minacciandola di morte. Nonostante la richiesta di un braccialetto elettronico che potesse monitorare i suoi spostamenti, e nonostante i domiciliari, lunedì sera Bonfiglio ha lasciato la sua abitazione. Secondo quanto riferito dal suo legale, l’avvocato Oleg Traclo, l’uomo avrebbe incontrato la vittima per un chiarimento, per parlare dell’ultima denuncia, ma al culmine di una violenta lite l’avrebbe uccisa. La figlia di Daniela, una ragazza di ventitré anni e incinta di sette mesi, è stata quella a trovare il senza vita della madre, subendo uno choc tale da essere ricoverata d’urgenza in ospedale.

L’assenza del dispositivo e le omissioni

La circostanza che il braccialetto elettronico non fosse stato ancora attivato – doveva arrivare domani, hanno titolato molti giornali locali – solleva interrogativi precisi sulla catena di responsabilità che ha reso inefficace una misura cautelare pensata per proteggere una donna che aveva già pagato con le ossa rotte la sua relazione con quell’uomo. Il gip, nell’ordinanza, aveva disposto l’applicazione del dispositivo, ma dagli atti emerge che la misura non era stata vincolata alla sua effettiva disponibilità. Un dettaglio tecnico, burocratico, che ha fatto la differenza tra la vita e la morte. Bonfiglio, che in passato aveva già subito una condanna e che secondo il racconto del fratello della vittima, Roberto Zinnanti, era un uomo che non si dava per vinto, è così potuto uscire e compiere il delitto, in un susseguirsi di eventi che i familiari di Daniela definiscono senza mezzi termini un femminicidio annunciato. L’arma del delitto, un coltello, è stata poi ritrovata dagli agenti della squadra mobile vicino a un cassonetto, non lontano dall’abitazione della vittima, quasi a suggellare la frettolosa e goffa ricerca di una via di fuga da parte di un assassino che ora si trova nel carcere di Gazzi.

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